music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

rearview mirror: 2013

2013Uno sguardo riassuntivo all’anno appena concluso non può che confermare come la mole attuale delle produzioni discografiche e le modalità sempre più veloci di fruizione rendano le attitudini classificatorie ancor meno ragionevoli che in passato. Fortunatamente, ciascuno è in grado di costruire i propri ascolti a seconda della propria sensibilità, ricercando input ad essa coerenti e ormai svincolati dalla necessità indotta di un completismo definitivamente superato dai fatti. Basta una rapida occhiata agli stanchi riti delle classifiche di fine anno di testate più o meno importanti per coglierne l’eterogeneità di nomi e citazioni – elemento senz’altro positivo per chi vi può recuperare dischi trascurati nel corso dell’anno – che tuttavia ne attesta in maniera inequivocabile l’anacronismo: qual è il senso di una classifica collettiva, prodotta da trenta o più collaboratori, quando sono sufficienti i voti di un paio di questi a collocare un disco tra le prime posizioni di quella della testata? Eppure, c’è ancora tutto un discettare di risultati, bontà e varietà delle liste, quando il gioco va avanti più che altro per abitudine, conferendo così al rumore di fondo del “parlare di musica” le energie che invece si potrebbero destinare alla passione della scoperta e al piacere dell’ascolto.

Per fortuna da queste parti modi e finalità sono ben diverse, incuranti dei circuiti ufficiali ma anche dei narcisismi elitari da social network. In questo anno – il primo di sua completa attività – Music Won’t Save You è cresciuto molto, costituendo una nicchia piccola ma riconoscibile di appassionati e ritagliandosi anche l’attenzione di tanti artisti. Con la completa libertà e autonomia che contraddistingue quest’avventura solitaria orgogliosamente “ai margini”, si sono allora potuti trascurare ben volentieri i dischi sulla bocca (e nelle classifiche di fine anno) dei più; nel breve, disordinato e quasi certamente incompleto riepilogo che segue non ritroverete i vari Daft Punk, Arcade Fire o These New Puritans (tre citazioni a caso di dischi qui nemmeno ascoltati…), ma spunti e suggestioni personali che, semplicemente hanno accompagnato questo luogo e chi lo cura.

In estrema sintesi si potrebbe definire il 2013 come l’”anno delle donne”, tali e tante sono state le eccellenze femminili manifestatesi non nel solo campo folk ma anche in ambito sperimentale e neoclassico. chantal_acda_let_your_hands_be_my_guideSu tutte, si possono citare due debutti di artiste già note e apprezzate in altri contesti ma che hanno saputo sorprendere in formato solista, Chantal Acda e Angéle David-Guillou: la prima con la fragile penombra di “Let Your Hands Be My Guide”, alimentata da collaboratori d’eccezione tra i quali Nils Frahm e Peter Broderick, la seconda nelle cristalline piéce di solo pianoforte di “Kourouma”, ben distanti dalla sua precedente produzione a nome Klima. Accanto a loro, i ritorni di due songwriter molto diverse tra loro, ma entrambe autrici di album estremamente sentiti dal punto di vista personale: la tedesca Susanne Stanglow, aka Haruko, che in “Feathers And Driftwood” ha narrato con disarmante sensibilità le emozioni semplici dell’attesa, ricordi e palpiti del cuore, e Alela Diane il cui “About Farewell” è un’elegia dell’abbandono toccante e ispirata.

A completare l’ideale quintetto al femminile, merita senz’altro una menzione l’atteso ritorno dopo lungo silenzio di Colleen, che in “The Weighing Of The Heart” ha trasformato per la prima volta i suoi intarsi elettro-acustici in basi per canzoni vere e proprie. A loro si possono poi senz’altro aggiungere le conferme di Nancy Elizabeth, Lotte Kestner e Agnes Obel e i preziosi debutti, in formato esteso o con brevi Ep, di Sumie, Urban Wildlife, Sophie Jamieson, Ellie Ford e delle due giovanissime ma già affermate sorelle Lily & Madeleine. iron_and_wine_ghost_on_ghostIn un anno a forte impatto femminile, non sono tuttavia mancate ottime proposte di cantautorato maschile, a cominciare dall’ennesimo grande lavoro di Iron & Wine (“Ghost On Ghost“), dal ritorno di classe di Bill Callahan e dal primo album “fisico” pubblicato da un’etichetta ufficiale per l’artigiano della canzone Pickering Pick, alle quali si aggiungono gli ottimi debutti di Vikesh Kapoor, Night Beds, Wes Tirey e Fred Woods e due produzioni di classe britannica firmate da Paul Mosley e Roger Tarry.

L’inesauribile miniera dell’indie-folk ha come di consueto offerto conferme e nuove proposte su entrambe le sponde dell’Atlantico, stavolta con significativa prevalenza britannica, a cominciare da Laish, August And After, A Little Orchestra, Broken Broadcast e Self Help Group; mentre da oltreoceano sono arrivate valide conferme per Hey Marseilles e October Gold. L’altra fonte che non conosce secca, quella del pop, ha dato frutti in particolare in autunno, stagione evidentemente adatta alla sua agrodolce miscela di melodie scorrevoli e languori più o meno sognanti: ecco allora Charlie Big Time, Pale Spectres, Skittle Alley e Cocoanut Groove, senza dimenticare la salmastra dolcezza primaverile del duo Amor De Días.

quickbeamOttima annata anche per carezze melodiche rarefatte e rallentate, non solo con l’ennesimo lavoro di alto livello dei Low (“The Invisible Way”), ma soprattutto con il piccolo gioiello nascosto firmato dai Quickbeam, oltre che con la transizione “slow” di Eagleowl e le scoperte dell’ultimo scorcio dell’anno, Snow Mantled Love e Feral & Stray.

Qualcosa di valido si è mosso anche in Italia, con l’ulteriore maturazione dei Warm Morning Brothers ma soprattutto in campo neoclassico-sperimentale, grazie ad artisti già consolidati, quali Fabrizio Paterlini e i poliedrici sperimentatori Francesco Giannico e Matteo Uggeri, senza dimenticare nuove proposte che godono già di stima internazionale, Mote tra tutte.

Quanto a dilatazioni ambientali e scorci neoclassici, davvero emozionanti le visioni celestiali di Last Days nell’ultimo “Satellite”, così come i rimaneggiamenti alla base di “There Can Be No True Beauty Without Decay” di Antonymes, l’incredibile densità sonora di Tim Hecker e il romanticismo di Tiny Leaves. Il doppio “Nightmare Ending” ha invece restituito Eluvium a una dimensione di evanescenza orchestrale, mentre il prolifico Aidan Baker è andato in direzione opposta, includendo nel suo “Already Drowning” una carrellata di voci femminili. Citazione obbligata, poi, per le undici ore (!) della monumentale collaborazione The Seaman & The Tattered Sail.

the_left_outsides_the_shape_of_things_to_comeSia infine permessa una citazione di alcune di quelle proposte che rendono particolare Music Won’t Save You, quelle di dischi e artisti dei quali difficilmente è possibile leggere altrove. In una rapida carrellata, vengono in mente The Kindling, Elvy, EL Heath, Graveyard Tapes, Luke Howard, Slowness, The Left Outsides, David LemaitreJóhann Kristinsson, Great Horned Owl, David A. JaycockPeter And The Mountain e tanti altri ancora. Sono nomi come questi, in fondo, insieme ad altri in seguito raccolti altrove, a dare un senso all’attività del sito, perché la ricerca e la proposta quotidiana che lo contraddistinguono adempiono la loro finalità non certo se trattano la completezza dello scibile musicale ma se riescono a incontrare l’apprezzamento anche di uno solo che per loro tramite potrà innamorarsi di una canzone.

Con tutti i possibili limiti di tempo e di forze, resta questa la missione di questo “luogo” piccolo ma confortevole anche per l’anno che sta iniziando.

Buon 2014!

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