music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

tim_hecker_virginsTIM HECKER – Virgins
(Kranky, 2013)

Tim Hecker riparte dalla Reykjavík, nella quale aveva realizzato lo splendido “Ravedeath, 1972” per una nuova, ambiziosa esplorazione ai confini del suono. Registrato tra la capitale islandese, Seattle e la natia Montreal, “Virgins” vede l’artista canadese mettere nuovamente in discussione le sue stesse modalità espressive per avventurarsi in terreni che plasmano l’apparente freddezza dei filtraggi elettronici attraverso progressioni di layers e una rinnovata strumentazione di base.

Non sono più solo il pianoforte e l’imponente organo della Hallgrímskirkja le matrici concrete della sua incessante manipolazione, bensì, in prevalenza, un ampio novero di synth e fiati, dalle cui frequenze modulate l’artista canadese ricava nuove cattedrali di suono, animate dal consueto afflato orchestrale e dunque modulate in maniera tale da amplificare la portata tanto delle parti elettronicamente filtrate quanto di quelle, minoritarie, lasciate nella loro spoglia essenza.

Rispetto alle più immediate volute emozionali di “Ravedeath, 1972”, al primo impatto “Virgins” può apparire più ostico e cerebrale, con i suoi affioramenti sintetici in una coltre cupa e straniante, sovente sfociante in frequenze disturbate già a partire dall’ascesi rumorista dell’iniziale “Prism”. Oltre la superficie del codice comunicativo, il lavoro rivela soprattutto nella prima parte un cuore vibrante inquietudine, tradotta in dense saturazioni droniche (“Radiance”) e soprattutto in una maestose sinfonie post-moderne quali “Virginal I” e “Live Room”, la cui sciabordante solennità svapora in impressionanti riflessi corruschi.

L’infinita varietà di soluzioni elaborate da Hecker con deciso piglio espressionista valorizza congiuntamente le potenzialità degli strumenti impiegati e quelle delle manipolazioni sintetiche, intraprendendo un paio di alienanti viaggi cosmici in “Amps, Drugs, Harmonium” e nella conclusiva “Stab Variation” e lasciando distinguibili le note dei fiati in “Live Room Out” e “Stigmata II”. Il pianoforte riprende invece un ruolo determinante nelle due parti della title track, ove segue un incedere spettrale, costellato da distorsioni e impetuosi soffi ambientali, tornando infine protagonista di una toccante partitura notturna, appena ricamata da detriti pulviscolari, nella sola “Black Refraction”, senza dubbio il brano di più diretto coinvolgimento del lotto, tanto che avrebbe potuto tranquillamente trovare spazio in “Dropped Pianos”.

All’avvicendarsi di strumenti e tecniche compositive, non muta affatto l’incredibile classe di Tim Hecker nel creare mondi immaginari nei quali il suono si deposita come denso vapore a saturare spazi di infinita, grandiosa imponenza.

http://www.sunblind.net/

Annunci

Un commento su “

  1. Pingback: rearview mirror: 2013 | music won't save you

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 14 ottobre 2013 da in recensioni 2013 con tag , , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: