music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: IRON & WINE

iron_and_wine_1Quando la barba non fa… il “monaco folk”

Con la sua folta barba e lo sguardo di chi è proiettato sempre oltre le semplici percezioni oculari, Samuel Beam potrebbe superficialmente sembrare un epigono del “patriarca” Will Oldham o comunque un artista con poco da offrire oltre al distillato della propria sensibilità per voce e chitarra. Quanto invece, in poco più di un decennio di attività, ha elevato il suo alter-ego Iron & Wine al rango delle proposte del panorama folk internazionale più amate dal pubblico e considerate dal punto di vista critico è una miscela di esperienze personali e suggestioni musicali assorbite da Beam e rielaborate lungo un percorso al tempo stesso umano e artistico.

Beam è innanzitutto un figlio del Sud degli Stati Uniti: originario del South Carolina, si è formato tra Virginia e Florida per trasferirsi infine in Texas, dove ora risiede con la moglie e le sue cinque figlie, assorbendo così i sentori delle tradizioni blues, jazz e soul e gradualmente riempiendo di tiepidi accenti corali e variopinte orchestrazioni gestite con maestria gli originari spazi vuoti di una scrittura intima e disadorna, sovente utilizzata quale mezzo di confessione di inquietudini e interrogativi individuali.
Con una biografia interamente vissuta negli Stati della c.d. Bible Belt, Beam ha inoltre attraversato diversi stadi di un tormentato rapporto con la religione, che lo ha condotto a una conversione da cattolico fervente ad agnostico. Per quanto possa apparire marginale nella produzione di un artista, tale elemento ha segnato la discografia di Iron & Wine, non solamente per quanto concerne le tematiche ma anche nello sviluppo di un registro espressivo che, nel corso di cinque dischi e alcuni significativi Ep, ha attraversato i diversi momenti del rapimento estatico, della crisi angosciosa e della recente, pacificata conclusione.

iron_and_wine_2I due aspetti sono dunque andati quasi di pari passo da quando, nel 2002, grazie a una serie di coincidenze originate dall’amicizia di Beam con Michael Bridwell (fratello del cantante dei Band Of Horses), anni di demo casalinghi si trasformano per la prima volta in un album vero e proprio, “The Creek Drank The Cradle”, subito tributato degli onori della pubblicazione per Sub Pop, all’epoca impegnata a costruirsi una nuova fisionomia e particolarmente attenta ai fermenti di rinnovamento folk che attraversavano il panorama indipendente statunitense.
Il calore di un picking compassato e il candore di interpretazioni timide, sovente quasi sottovoce, ammantano di un’aura umbratile le undici canzoni del disco d’esordio e le sei del successivo Ep “The Sea & The Rhythm” (2003), entrambi improntati a un’introspezione soffice, che vira una levità melodica degna di Simon & Garfunkel in una chiave di tenue minimalismo folk.

I consensi raccolti dalle sue prime testimonianze discografiche, probabilmente alimentati anche da una temperie di pubblico favorevole alle diverse declinazioni del folk (sono gli anni più luminosi di Devendra Banhart, Andrew Bird e Bill Callahan inanellano album pregevoli, la stella di Sufjan Stevens culmina la sua ascesa), instillano maggior sicurezza in Beam, inducendolo a intraprendere un’opera di graduale ma incessante ampliamento del suo spettro espressivo.

Il biennio 2004-2005 è un periodo di sintesi quali-quantitativa della prima parte del percorso di Iron & Wine. Prima un album straordinariamente ispirato, “Our Endless Numbered Days”, nel quale sull’incantato intimismo di base si affaccia qualche più corposa suggestione sudista e del West, mentre lo stile interpretativo di Beam comincia ad assumere un più deciso registro obliquo, poi le variopinte pennellate che delineano le figure femminili delle sei tracce dell’Ep “Woman King” (che completa un binomio di classe cristallina); infine, le desertiche narrazioni suscitate dall’incontro con i Calexico (“In The Reins”, 2005), lavoro generalmente destinatario di una considerazione maggiore di quanto avrebbe lasciato presagire l’integrazione soltanto parziale raggiunta con la band di Joey Burns e John Convertino.

A questo punto, Beam è ormai annoverabile – a pieno merito – tra i più considerati songwriter in circolazione. Allora, forse proprio perché saldamente avviato sul sentiero del successo (indipendente), scaturisce ben presto in lui il gusto della sfida, del cambiamento, non pago di rifinire, tutt’al più, le sue canzoni spartane di sentori tex-mex, moderate sfumature rock e primitivi accenti ritmici. Proprio su una pronunciata percussività e su sfumature che spaziano da quelle delle spezie orientali alle tinte sgargianti di qualche visione acida è incentrata ampia parte dei dodici brani di “The Shepherd’s Dog” (2007); tra polverosi retaggi country e residue tracce di introversione, molti brani si rivestono di articolati arrangiamenti, che attraverso un corposo impianto di fiati, tamburi e qualche tastiera non depongono più solo stratificazioni policrome su scheletrici arpeggi acustici ma rivelano la spiccata sensibilità pop di Beam, nonché il suo gusto per scatenate jam full-band.

iron_and_wine_3Di fronte alla crescente considerazione generale, Beam rallenta per la prima volta i ritmi fino ad allora serrati delle sue produzioni, concedendosi uno iato di oltre tre anni, nemmeno intervallati da rilevanti prove sulla più breve distanza. Il frutto di tale intervallo, “Kiss Each Other Clean” (2011), non fa altro che sviluppare quanto adombrato nel precedente lavoro, protendendo Iron & Wine verso traguardi ancor più ambiziosi.
Il lavoro si caratterizza per una produzione ricchissima – pur sempre a cura del fido Brian Deck – che attraverso un rinnovato gusto orchestrale e un ventaglio strumentale ulteriormente ampliato miscela tribalismo ancestrale e coralità pop seventies, modernariato jazzy e retro-futurismo analogico, in uno stravagante carosello di stili e suggestioni. Nonostante la traboccante varietà di soluzioni proposte, le nuove sgargianti vesti di Sam Beam non risultano grossolane né sovrabbondanti, anzi si attagliano alla sua eccelsa capacità di scrittura, esaltandone la forza espressiva in un caleidoscopio che non rinuncia alla compunta leggerezza di frammenti pianistici e scarne ballate di folk acustico.

Far convivere, in interpretazioni dotate di accresciuta sicurezza e propensione pop, l’eleganza di narrazioni di un cantautorato folk intimamente sentito con una tavolozza sonora rifinita di spunti sempre più stimolanti appare, dunque, la missione recente di Iron & Wine, progetto che dalla solitaria dimensione di Sam Beam è andato trasformandosi in una riconoscibile identità plurale, amplificata e definitivamente consacrata dall’ultimo “Ghost On Ghost“.

(pubblicato su Rockerilla n. 392, aprile 2013)

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