music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

nat_baldwin_in_the_hollowsNAT BALDWIN – In The Hollows
(Western Vinyl, 2014)

Quella di Nat Baldwin è un’attività solista consolidata e dotata di una propria forte identità, rispetto alla quale quella di bassista dei Dirty Projectors si può considerare un semplice elemento accessorio del quale dar conto, al pari della sua formazione avant-jazz, ormai distante tanto dal punto di vista temporale quanto da quello espressivo.

Al quinto disco, la dimensione cantautorale di Baldwin è sempre più esplicita, ancorché realizzata attraverso modalità e strumenti. I nove brani di “In The Hollows” sono infatti originati dal duplice intento di sviluppare una scrittura più fluida e di conferirvi un contenuto emozionale austero ed essenziale. Se il primo discende direttamente dall’accresciuta sensibilità di Baldwin nell’applicare il suo timbro vocale, che spazia da toni soffusi a saggi di vero e proprio falsetto, a una materia armonica coesa, il secondo è frutto di una ben precisa opzione per arrangiamenti minimali, dominati dagli archi. Grazie al supporto di un quartetto che comprende nelle proprie fila il violoncello di Nadia Sirota, Baldwin conferisce profondità sinuosa a canzoni in equilibrio su una tensione palpabile, alimentata proprio dalle vibrazioni di archi poco inclini al romanticismo e impiegati piuttosto in funzione dinamica.

L’ulteriore contributo delle ritmiche rimanda poi almeno un paio di canzoni (su tutte, la nervosa “Knockout” e l’ariosa title track, con la sua apertura finale quasi pop) alle destrutturazioni dei Dirty Projectors, rimaneggiate in un formato proto-cameristico e con melodie di rinnovata compiutezza. I toni umbratili del lavoro e la stessa ricerca di Baldwin di un lirismo intimo ma fortemente espressivo si manifestano poi integralmente laddove le sue teatrali modulazioni vocali (a tratti il pensiero può correre ad Antony) sono sorrette in via esclusiva dagli archi, a cominciare dalla ricca orchestrazione dell’inziale “Wasted”.

Nel corso del lavoro, Baldwin appare lavorare per sottrazione, riducendo via via le dinamiche degli archi a brevi impulsi, simmetrici ai tempi delle sue interpretazioni (“The End Of The Night”, “Sharpshooter”). Tale operazione digrada infine nel cupo minimalismo di “Bored To Death” e “A Good Day To Die”, emblematica chiusura di un disco intenso e raffinato, che conferma la vitalità creativa di un artista che nelle scheletriche strutture di “In The Hollows” pare aver trovato un bilanciamento particolarmente congeniale alla sua non banale attitudine cameristico-cantautorale.

http://westernvinyl.com/artists/natbaldwin.html

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Questa voce è stata pubblicata il 29 aprile 2014 da in recensioni 2014 con tag , , , , , , , .
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