music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

samaris_silkidrangarSAMARIS – Silkidrangar
(One Little Indian, 2014)

È sufficiente uno sguardo alla copertina, la lettura del titolo dell’iniziale “Nótt” e l’ascolto dei suoi primi, profondi battiti elettronici per comprendere l’immaginario sottostante a “Silkidrangar”, primo lavoro vero e proprio sulla lunga distanza, che fa seguito all’omonima raccolta dei due precedenti Ep che lo scorso anno aveva lanciato su scala internazionale il terzetto islandese dei Samaris.

Rispetto alla giocosa spontaneità indietronica di quei brani, l’album si presenta dunque da subito sotto un’estetica notturna, da nightclub alla moda, della quale le sue dieci tracce si atteggiano a colonna sonora claustrofobica e sofisticata. Espunta quasi completamente la matrice acustica, che la cantante Jófríður Ákadóttir mantiene dunque confinata al proprio altro progetto, il duo folk femminile Pascal Pinon, il terzetto indossa le sgargianti vesti di un’elettronica visionaria, che ne sposta con decisione l’orizzonte dalle manipolazioni da cameretta alle luci stordenti della discoteca.
Nell’operazione, i Samaris smarriscono buona parte delle peculiarità di stampo nordico che ne caratterizzavano le origini, con Þórður Kári Steinþórsson a premere con decisione sull’acceleratore delle già manifestate assonanze con The Knife, attraverso una spiccata predominanza sintetica, intesa alla ricerca di groove notturni e suadenti, ma invero piuttosto stereotipate.

Quella di “Silkidrangar” risulta così una galleria di tardi frammenti trip-hop, con la Ákadóttir spesso più preoccupata di emulare Björk che non di tracciare melodie fluide come, nel primo lavoro, quelle di “Góða Tungl”. Addirittura il singolo “Ég Vildi Fegin Verða” sfiora eteree reminiscenze degli Enigma, mentre il monocorde incedere di pulsazioni e frequenze basse, appena interpolato da incorporee linee vocali, trova respiro nello sole ambientazioni vaporose di “Máninn Og Bróðir Hans” a una sequenza peraltro appesantita dalla durata media dei brani, superiore ai cinque minuti.

La sola conclusiva “Vögguljóð” – non a caso brano composto tre anni fa, in parallelo ai precedenti Ep – sembra invece riportare una bilanciata combinazione tra battito elettronico e suggestioni nordiche dalle radici folk, ovvero la formula che aveva reso affascinante la pur non ancora definita identità dei Samaris al tempo del lavoro omonimo. In “Silkidrangar” il terzetto dimostra senz’altro una visione più chiara, ma anche meno spontanea e convincente per il suo appiattimento su stilemi di pop elettronico gestiti con maggior attenzione a un suono da club che non alla scrittura delle canzoni.

http://samaris.is/

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Questa voce è stata pubblicata il 5 maggio 2014 da in recensioni 2014 con tag , , , , , , , .
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