music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: A WINGED VICTORY FOR THE SULLEN

È appena stato pubblicato “Atomos“, secondo lavoro di A Winged Victory For The Sullen, una vera e propria sinfonia ambientale che corona il progetto collaborativo di Dustin O’Halloran e Adam Wiltzie degli Stars Of The Lid.  Dustin O’Halloran racconta ne racconta origini, modalità creative e prospettive di sviluppi futuri.

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Come siete entrati in contatto e quando avete capito che volevate fare musica insieme?
Ci siamo incontrati a Bologna a un concerto degli Sparklehorse, con i quali Adam suonava la chitarra in quel periodo. Francesco Donadello, mio caro amico e ingegnere del suono dei Giardini di Mirò, mi aveva invitato al concerto. Alla fine ci siamo ritrovati nel backstage, principalmente a parlare del fatto di essere entrambi americani che vivevano in Europa, ma in seguito abbiamo cominciato a condividere la nostra musica, diventando ognuno fan dell’altro.

La carriera di Adam è per lo più incentrata sulla musica ambient, mentre dopo la fine dell’esperienza dei Devics tu hai assunto le vesti di compositore: in che modo le vostre esperienze e le vostre personalità artistiche hanno trovato un equilibrio in A Winged Victory For The Sullen?
Trovare un equilibrio è sempre stato del tutto naturale e ci siamo riusciti molto rapidamente. Entrambi abbiamo impiegato gran parte delle nostre vite artistiche esplorando aspetti diversi della musica….così quando abbiamo cominciato a fare musica insieme è stato facile darsi in maniera reciproca gli spazi necessari per fare quello in cui riusciamo meglio. Adam è bravissimo nel creare questi spazi e nell’individuare le componenti essenziali di una pièce, mentre io credo di riuscire a costruire le strutture melodiche. Penso che ciascuno di noi abbia imparato molto dal confronto con l’altro, tanto che nel nuovo disco è difficile distinguere la paternità delle singole parti. Adesso è tutto mischiato…a volte io suono la chitarra e lui il pianoforte!

C’è qualche nesso tra il ”sullen” (“silente”, “imbronciato”, n.d.r.) del nome del progetto e il mood della vostra musica?
Per noi il “sullen” rappresenta la parte più lenta della nostra musica, lo spazio e le sue parti minimali che noi creiamo.

Come si è evoluto il vostro rapporto personale e lavorativo tra i due dischi?
Il primo album è stato un lungo percorso, durato oltre due anni, nel corso dei quali abbiamo lavorato lentamente sul disco e abbiamo viaggiato alla ricerca dei diversi spazi acustici che volevamo catturare. Abbiamo registrato il pianoforte in una vecchia chiesa berlinese, gli archi nei vecchi studi della radio nazionale della DDR, poi ci siamo spostati a Udine per registrare le note di uno splendido pianoforte Fazioli e infine abbiamo mixato il tutto in una villa seicentesca di Ferrara, dove Francesco Donadello aveva messo su uno studio di registrazione analogica. All’epoca non sapevamo ancora dove la musica ci avrebbe condotti, intanto stavamo diventando amici e insieme scoprivamo dell’ottimo cibo! Lavorando ad “Atomos” abbiamo capito che il nostro primo disco non sarebbe rimasto un episodio isolato e che avevamo molto altro da esplorare.

Quali sono state le principali differenze nell’ideazione e nel processo di registrazione dei due dischi?
Quella che ha portato ad “Atomos” è stata un’esperienza molto diversa rispetto al nostro primo disco, innanzitutto perché abbiamo scritto tutto in circa quattro mesi. Inoltre, non sapevamo dove questo disco ci avrebbe condotti ma soltanto che in prima istanza sarebbe stato funzionale a una pièce di danza di Wayne McGregor. Abbiamo lavorato insieme nei nostri studi di Berlino e Bruxelles, ma abbiamo anche registrato alcune parti con Ben Frost nel suo studio di Reykjavík, infine lo abbiamo mixato nuovamente con Francesco Donadello a Berlino. Il nostro processo creativo è sempre qualcosa di misterioso anche per noi stessi, che in qualche modo finiamo sempre in posti diversi rispetto al punto di partenza. La principale differenza questa è stato l’impulso ispiratore di Wayne McGregor, che ha dimostrato di avere una forte consapevolezza dello spazio interiore e di quello esteriore, che ci ha fornito un preciso canovaccio sul quale lavorare.

Quanto sono importanti per voi i luoghi nei quali registrate la vostra musica?
Ritengo che i luoghi fisici nei quali abbiamo registrato siano stato più importanti rispetto alla loro collocazione geografica. Quando scriviamo le partiture per gli archi o per il pianoforte, ci figuriamo sempre un certo riverbero acustico, quindi ci mettiamo alla ricerca di un luogo adatto per poterlo catturare concretamente nelle registrazioni.

“Atomos” ha tratto spunto da una performance di danza: siete interessati ad associare la vostra musica con diverse forme d’arte?
Per entrambi questa è stata la prima esperienza di lavoro per la danza e in tutta sincerità non avevamo mai pensato che qualcuno potesse ballare sulla nostra musica! È stato comunque estremamente liberatorio creare musica che sapevamo sarebbe stata accompagnata da un ulteriore elemento visuale, e in qualche modo la danza si presta di per sé in maniera molto naturale alla musica. In questo senso Wayne McGregor è stato un collaboratore straordinario per il modo in cui ci ha dato enorme libertà di lavorare secondo le nostre modalità, stimolandoci al tempo stesso all’esplorazione di nuovi mondi.

Una traccia del vostro primo disco (“Requiem For The Static King Part 1”) è dedicato alla memoria di Mark Linkous, che è stato un artista molto importante ma faceva musica piuttosto diversa: qual è l’influenza di altri artisti sulla musica che create?
Mark è stato un artista fondamentale e se non fosse stato per lui Adam e io non ci saremmo mai incontrati e non avremmo mai realizzato i nostri dischi. La sua scomparsa è avvenuta nel corso della lavorazione del nostro primo disco, per cui ci è sembrato giusto dedicarglielo.
Quanto a influenza da parte di altri artisti, entrambi concordiamo su Gavin Bryars. Nel corso del nostro primo tour abbiamo realizzato un arrangiamento della sua classica pièce “Jesus Blood Never Failed Me Yet”, che è un pezzo di potenza straordinaria.

A Winged Victory For The Sullen è un progetto dotato di una finalità specifica o di un definito orizzonte temporale?
Con questo progetto non abbiamo mai programmato il futuro. All’inizio volevamo solo scrivere insieme un brano, che poi è diventato un album, e penso che continueremo fino a quando ci sentiremo motivati a creare musica insieme. Ma non facciamo programmi per il futuro e penso che sia proprio questo a mantenere il progetto vitale. Lo facciamo semplicemente per passione.

Quale posto occupa attualmente A Winged Victory For The Sullen tra i vari altri progetti che entrambi conducete?
Credo che A Winged Victory For The Sullen sia diventato un progetto importante per entrambi. Non è stato nulla di prestabilito, è semplicemente successo. Finora è stata un’esperienza molto gratificante e credo che ciò dipenda dal fatto che la nostra musica è veramente qualcosa che solo noi due possiamo creare insieme, come se avesse una propria autonoma esistenza. È qualcosa che adesso mi interessa fare, così non faccio altro che seguire la mia propensione attuale.

Cosa pensate di tutta la musica “modern classical” in circolazione? Per quanto contino le definizioni, la ritenete calzante?
Tutti hanno bisogno di etichette e io non sono sicuro se sia giusto racchiudere la musica sotto un’etichetta, visto che ogni artista la crea in maniera autonoma e seguendo percorsi diversi. sento che la nostra musica abbia tanto a che fare con la classica quanto con l’elettronica, l’ambient, il rock e la sperimentazione, perché in fondo è una sintesi di influenze ed esperienze. Personalmente, mi sono sempre interessato alla composizione per cui non mi sono mai sentito come parte di un trend o di una corrente artistica, ma continuo semplicemente a fare quello che più mi interessa dal punto di vista musicale.

Nell’intraprendere il progetto, avevate dei riferimenti a compositori classici? Avete la sensazione che il risultato della vostra musica sia in qualche modo vicino a materiale classico?
Non ci abbiamo mai veramente pensato. Con gli Stars Of The Lid, Adam ha lavorato per tanti anni su particolari timbri chitarristici, mentre io mi sono dedicato alla composizione al pianoforte, per cui la nostra musica è davvero una sintesi tra quello che facciamo entrambi. ”Atomos” si discosta in qualche modo da questo schema, visto che pianoforte e chitarra rivestono un ruolo più limitato e ci siamo concentrati di più sull’arrangiamento degli archi e su esperimenti sul suono.

Cosa pensi del modo in cui la musica viaggia sulla rete?
È positivo sotto diversi punti di vista, nel senso che si possono raggiungere molte persone e che l’artista può avere un maggiore controllo diretto di ciò. Ma ovviamente nessuno guadagna più molto facendo dischi, il che rappresenta l’altra faccia della medaglia del fenomeno. Il pubblico si aspetta che un artista continui a fare tour e dischi…ma questo come può avvenire in assenza di budget? Siamo fortunati ad avere altri progetti che ci aiutano a mantenere in vita A Winged Victory For The Sullen, ma ho la netta sensazione che per i nuovi artisti sia un’impresa sopravvivere continuando a fare musica.

Suonerete nuovamente dal vivo? Vi piacerebbe farlo con un’orchestra?
Abbiamo programmato un ampio tour che ci porterà in giro per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Australia. Di solito suoniamo con un ensemble d’archi tra tre e cinque componenti, ma l’anno scorso a Bruxelles abbiamo suonato con un’orchestra al completo e sarebbe splendido poterlo fare nuovamente.

(English version)

http://www.awvfts.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 9 ottobre 2014 da in interviste con tag , , , , , .
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