music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

memories: FURTHER

flying_saucer_attack_furtherFLYING SAUCER ATTACK – Further
(Domino, 1995)

In principio era una “psichedelia rurale”, originata nel lato più oscuro dell’inquieta Bristol della prima metà degli anni Novanta, nella quale trovavano terreno fertile esperienze come quelle di Amp, Crescent, Movietone e Third Eye Foundation. Ne era artefice un duo formato dal già navigato chitarrista Dave Pearce e da Rachel Brook, che dopo la consueta trafila di demo e singoli aveva debuttato con un album omonimo (1993) nel quale quella particolare definizione si trasformava in una magmatica miscela tra espliciti omaggi ai Popol Vuh e strati di feedback in bassa fedeltà, roboanti come solo quelli dei Jesus & Mary Chain.
Erano i Flying Saucer Attack, band fortemente caratterizzata dalla personalità di Pearce, artista sicuramente abbeveratosi alle visionarie sperimentazioni di Can e Loop ma, a suo modo, legato al culto degli effetti chitarristici e delle distorsioni che dominavano le scene alternative di quegli anni. Il loro debutto, che non a caso recava il sottotitolo “rural psichedelia” era infatti popolato da cascate di feedback e chitarre abrasive, che sottoponevano al loro trattamento abrasivo persino un recente pezzo degli Suede (“The Drowners”).

Dunque, un seguito come “Further” poteva in parte spiazzare quanti si attendevano dai Flying Saucer Attack la prosecuzione di un chitarrismo ancora più aspro e pronunciato. Sì, perché se è vero che il secondo capitolo del sodalizio tra Pearce e Brook (quest’ultima lascerà presto la band per concentrarsi sui suoi Movietone) mantiene in particolare le componenti più visionarie e ipnotiche delle (dis)torsioni elettriche, la sua peculiarità risiede in un approccio naturalistico e atmosferico a granulose registrazioni in bassa fedeltà, le cui stesse imperfezioni sotto forma di sibili e irregolarità diventano elementi di paesaggismo sonoro. Non a caso anche “Further” reca un sottotitolo particolarmente emblematico, “home taping is reinventing music”, che appare un presagio antesignano delle odierne sperimentazioni su cassetta e della rudimentale dimensione casalinga quale fonte di preziose creazioni artistiche.

Accanto al metodo realizzativo e sopra lo sfondo paesaggistico dei suoi otto brani, “Further” introduce un ulteriore elemento nella tavolozza dei Flying Saucer Attack, consistente nell’intersezione tra diversi piani sonori, uno dei quali è costituito da esili linee di chitarra acustica, emblema di una quiete bucolica tra i flutti delle tempeste di rumore prodotto dalle chitarre o dagli stridori dello scorrere dei nastri di registrazione. Laddove compaiono, i cristallini arpeggi acustici fungono anche da scansioni ritmiche della montante marea di feedback; l’interazione tra tali elementi produce ariose visioni naturali, rispecchiate dall’immaginario dell’evocativa copertina e dagli stessi evanescenti testi di molti brani (un altro dei piani sonori sui quali gioca la band), nei quali si manifestano maree e bagliori aurorali, selve oscure e spiagge invernali desolate.

Benché il legame con gli esordi della band resti assicurato dalle deflagrazioni acide e dagli spigoli sferraglianti degli strumentali “Rainstorm Blues” e “To The Shore”, l’essenza caratterizzante di “Further” risiede integralmente nelle sue canzoni, vaporose ed estatiche, nella loro avvolgente circolarità e nel continuo gioco di specchi, da un lato, tra armonie eteree e ricami acustici e, dall’altro, riverberi e schegge di rumore.
L’austera declamazione di “In The Light Of Time” è già manifesto della continua inversione di piani e sensazioni realizzata dai Flying Saucer Attack, con echi torbidi e caldi arpeggi acustici a sovrastare quasi i ronzanti loop e le saturazioni metalliche, diluite in “For Silence” e “Here I Am” in una predominante estasi ipnotica. È tuttavia l’estrema delicatezza delle melodie e delle interpretazioni trasognate a saldarsi alle disadorne corde acustiche per creare bozzetti sospesi, incorniciati da ronzii e fischi che alimentano il carattere organico di atmosfere ultraterrene: “Come And Close My Eyes” diventa così una canzone d’amore al tempo della bassa fedeltà, con accordi e torsioni elettriche che quasi si rincorrono in un finale potenzialmente infinito, mentre il dolce cantato della Brook e le deliziose note acustiche di Matt Elliott plasmano “Still Point” quale declinazione rudimentale delle carezze dei Cocteau Twins, materializzando una formula in seguito divenuta appannaggio delle odierne muse drone-folk.

Fino al placido abbandono agli elementi naturali della contemplativa conclusione “She Is The Daylight”, quella di “Further” è una marea di suono puro, il cui andamento ciclico tra vortici e risacche trascina in un’esperienza d’ascolto inusitata, in una dimensione in grado di trascendere le definizioni, abbracciando psichedelia e rumorismo, folk e sperimentazione con palpitante dolcezza e capacità descrittiva rinvenibili soltanto nell’intima condivisione di un contesto casalingo. Perché allora come oggi, “home taping is reinventing music”.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 febbraio 2015 da in memories con tag , , , , , , , , , .
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