music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

tiny_leaves_a_certain_tideTINY LEAVES – A Certain Tide
(Futuresequence, 2015)*

Che quello di Joel Nathaniel Pike non fosse semplicemente il profilo di un’artista intento a coniugare partiture neoclassiche e suggestioni atmosferiche era già abbastanza chiaro dai tempi del suo primo lavoro sulla lunga distanza a nome Tiny Leaves (“A Good Land, An Excellent Land”, 2013), nel quale le componenti ambientali restavano quasi esclusivamente sullo sfondo di composizioni per pianoforte e archi, arricchite da arpeggi acustici che ne attestavano il legame al paesaggismo bucolico del suo Shropshire.

Il secondo album dell’artista inglese, “A Certain Tide”, ne amplifica notevolmente lo spettro compositivo, attraverso una completa rinuncia a un substrato di effetti e filtraggi, che lascia alla sola dimensione dello spazio sonoro di registrazione la definizione ambientale nella quale si susseguono iterazioni pianistiche e maestose aperture d’archi.
Delle atmosfere dell’esordio, lungo l’ora abbondante di durata di “A Certain Tide” resta soprattutto il gusto della sospensione, che non contraddice il sempre più frequente riempimento dello spazio tra le note da parte di armonizzazioni cameristiche suadenti e romantiche, eppure mai sopra le righe. Merito senz’altro del contesto di registrazione, svoltesi in presa pressoché diretta nel corso di pochi giorni dello scorso inverno, oltre che del tocco lieve di Pike, che della magia della creazione restituisce su disco sensazioni di una perfezione fragile, non tecnicamente ricercata ma conseguita attraverso vibrazioni, melodie e risonanze.

Della fugace spontaneità del suo percorso produttivo, il lavoro conserva il raccoglimento e il calore di un piccolo studio, che è facile immaginare avvolto da una nebbia ovattata, nel quale Pike e i musicisti che hanno suonato sul disco hanno costruito una dimensione intima e preziosa. Tutto ciò si coglie facilmente immergendosi nei tredici articolati brani di “A Certain Tide”, quasi tutti frutto di articolate sequenze e dialoghi tra pianoforte ed ensemble da camera, estremamente rigoroso (“Hem”, “Stepping Into”), ma grondante di una palpitante emozionalità, che spazia da trine invernali (“Fevrier”) e sognanti vapori di un’estate nordica (“August”) a un ventaglio di iterazioni e aperture che riecheggiano la sobrietà intellettuale dei Rachel’s (“Dust”, “Rise”) o accedono a un’ambience sospesa, creata solo dai concisi movimenti degli archi (“Shed Abroad”).

In tutto ciò, Pike non smarrisce affatto il carattere coinvolgente e cinematico della sue composizioni, che anzi predomina l’album dall’inizio alla fine, dai soffici abbracci dell’iniziale “Enfold Me” alle sensazioni atmosferiche di “Rain And Reign”, fino al frammento di nemmeno un minuto “Streams” che conclude con leggiadri florilegi un lavoro che segna la consacrazione di Joel Nathaniel Pike quale sensibile orchestratore di partiture cameristiche di incantato, coinvolgente lirismo.

*disco della settimana dal 22 al 28 giugno 2015

http://tinyleavesmusic.tumblr.com/

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