music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

helen_the_original_facesHELEN – The Original Faces
(Kranky, 2015)*

Non è soltanto la nostalgia shoegaze, né l’attrattiva presenza di Liz Harris a far drizzare orecchie, cuore e peli delle braccia all’ascolto delle dodici tracce di “The Original Faces”: l’agile debutto sulla lunga distanza del terzetto Helen (Jed Bindeman degli Eternal Tapestry e Scott Simmons degli Eat Skull affiancano la Harris) è infatti una scattante macchina del tempo, capace di trasportare in tempi ormai lontani pur mantenendo i propri ingranaggi ben saldi nel presente di chitarre, ritmiche e melodie evanescenti.

Cosa distingue, dunque, gli Helen dai tanti spesso pallidi revivalisti che, da qualche anno a questa parte, in particolare oltreoceano, paiono aver “improvvisamente” scoperto lo shoegaze? Innanzitutto la naturalezza con la quale Bindeman scandisce percussioni e tamburello, Simmons crea vortici di chitarra e basso e la Harris abbandona l’abituale associazione tra drone e vocalizzi incorporei per scatenarsi (sì, proprio scatenarsi) a guidare su corde incandescenti canzoni mai così veloci e compiute, pur nella difficile comprensibilità dei testi, come di prassi sepolti sotto muri di chitarre più o meno effettate.

Atmosfere e coinvolgimento, vigore post-punk e dolcezze sognanti convivono senza cesure nella sequenza di “The Original Faces”, nella quale il terzetto non manca di lambire accenti di uno scatenato noise-pop, che fa surf sulle onde di un fuzz moderato, che scolora naturalmente in effetti e riverberi violacei. È l’ambivalenza di Helen, del resto già testimoniata nei due brani pubblicati su 7” nel 2013 e adesso rifusi nell’album, l’impetuosa “Dying All The Time” e l’eterea “Dying All The Time”: sono due dei profili sviluppati lungo la mezz’ora abbondante di “The Original Faces”, che fin dall’apertura “Ryder” si presenta pressoché completamente avviluppata in vortici elettrici, ben presto plasmati con un tocco estremamente lieve e attraverso un’avvincente assenza di definizione che, tra tutti i possibili archetipi shoegaze, rimanda in più passaggi agli Slowdive (“Pass Me By”, “Right Outside”), al pari del titolo di “Allison”, che non ne è una cover, bensì un originale dalla levigata grana di feedback.

Accanto alla densità del suono delle chitarre, si percepisce tuttavia con evidenza un gusto pop sorprendente, dati i profili dei tre musicisti coinvolti, veicolato in prevalenza da melodie eteree e comunque sostenuto da un piglio sbarazzino quanto meno nella pop song di ottanta secondi “Covered In Shade” e nelle altre due brevi “City Breathing” e “Motorcycle“. Nella sola coda finale di “Violet” gli echi vocali di Liz Harris tornano per pochi secondi ad assumere, in solitaria, la consistenza atmosferica consolidata in Grouper e nei suoi altri progetti, ma in generale l’essenza di Helen è tutt’altra, e non sembra affatto quella di un divertissement estemporaneo, quanto piuttosto quella di una riscoperta consapevole, rispettosa, appassionata e anche per questo ottimamente riuscita.

*disco della settimana dal 31 agosto al 6 settembre 2015

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Questa voce è stata pubblicata il 31 agosto 2015 da in recensioni 2015 con tag , , , , , , , , .
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