music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

PrintRAYONS – The World Left Behind
(Flau, 2015)*

Una grazia tutta femminea e orientale ammanta, fin dal tema bucolico e dalle tinte pastello della copertina, l’album di debutto sotto l’alias Rayons della pianista giapponese Masako Nakai.
I dieci brani di “The World Left Behind” sono frutto di un lungo processo di elaborazione e di un percorso di crescita, che l’ha vista pubblicare il mini album “After The Noise Is Gone” (2012) ed esibirsi accanto ad artisti quali Sylvain Chauveau, James Blackshaw e Ulises Conti. Strumento d’elezione e frequentazioni definiscono già a sufficienza le coordinate entro le quali si colloca la delicata tavolozza di Masako, dalla quale scaturiscono minimali trine pianistiche, ma non solo.

Sono infatti numerosi gli elementi che differenziano “The World Left Behind” dagli ormai numerosi lavori di neoclassicismo incentrati principalmente sul pianoforte: innanzitutto l’approccio dell’artista giapponese, lineare ma non ridotto all’osso, la sua vena melodica fluida e accessibile, il dialogo pressoché costante con un ensemble che comprende flauto, clarinetto e un terzetto d’archi e, non ultima, la presenza in quattro brani della voce, al tempo stesso fragile e decisa, dell’amica Miwako Shimizu, alias Predawn.

La combinazione tra tali elementi risulta estremamente naturale, creando un ambiente sonoro incantato, eppure niente affatto artificioso, nel quale note delicate come gocce di rugiada stillano dal pianoforte di Masako in armonie semplici ma versatili, modulate secondo una varietà di registri che spaziano da disadorne sospensioni notturne (“Playground For Birds”, “From Paradise Past”) alla vivacità di madrigali primaverili (“Dancing Under The Filtered Sun”). Benché l’artista giapponese dimostri di concentrarsi sulla fluidità delle melodie piuttosto che nel dosaggio di tempi e timbriche del pianoforte, tutti i brani strumentali presentano dinamiche ben definite, tanto quando si tratta di progressioni dense di pathos (“Impression”) quanto nei passaggi più vaporosi e decadenti (“Can’t See Through The Fog”, “Immortal Island”), nei quali le note si fanno rade e decisivo risulta il ruolo degli archi, in termini di armonizzazione e creazione di una suadente tensione emotiva.

Discorso a parte meritano i quattro brani cantati, non perché rappresentino una novità assoluta nel contesto di un disco improntato al neoclassicismo (basti pensare alle produzioni recenti di Ólafur Arnalds), né tanto meno perché si discostino in maniera radicale dal resto del lavoro. Le linee armoniche di Masako Nakai non mutano dovendo sostenere l’elemento vocale, ma più articolati diventano nell’occasione gli snodi compositivi e i contributi di strumenti che si trovano a dialogare in combinazioni orchestrali. Nascono così canzoni impregnate di una magia austera, a metà tra grazia orientale e intriganti sentori nordici, con la voce setosa di Predawn che si eleva in un contesto di moderata coralità esecutiva nell’incantata “Frozen Forest” e assume sfumature quasi bjork-iane in “Waxing Moon”, tra movimenti soffusi, timbriche jazzy e aperture d’archi. Ancora più soavi sono i due brani cantati della seconda parte del disco, che rivelano persino una vocazione pop (“It Was You”), impreziosita da florilegi emozionali (“Atarashii Hito (A Letter From Nowhere)”).

La resa sonora di “The World Left Behind” rispecchia dunque appieno nel contenuto le immagini e le sensazioni suggerite dalla copertina e dal titolo dell’album e da quelli dei brani, trasportando per poco meno di quaranta minuti in una dimensione  tanto carezzevole e sognante da apparire irreale, eppure tanto poco stucchevole da lasciarsi apprezzare come sintesi consapevole ed equilibrata di neoclassicismo da camera e aggraziata scrittura femminile.

*disco della settimana dal 14 al 20 settembre 2015


http://flau.jp/artists/rayons

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