music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

james_blackshaw_summoning_sunsJAMES BLACKSHAW – Summoning Suns
(Important, 2015)

Il fingerpicking, il pianoforte, l’ambience acustica e ora, al decimo album di una discografia ricchissima, l’affermazione di una rinnovata dimensione cantautorale. James Blackshaw è questo e tanto altro ancora e, soprattutto, non cessa di stupire per la varietà di approdi ai quali la sua incessante ricerca artistica lo conduce.

Se è vero che l’elemento vocale si era già timidamente affacciato nel precedente “Love Is The Plan, The Plan Is Death”, “Summoning Suns” la promuove a fattore caratterizzante il profilo espressivo dell’artista inglese, la cui evoluzione non è tuttavia limitata, nei nove brani del lavoro, a tale aspetto formale. Da un lato, infatti, Blackshaw mostra di essere in grado di scrivere (e interpretare con padronanza) vere e proprie canzoni, dall’altro espande il proprio registro da filigrane armoniche comunque sempre più distanti dal virtuosismo del fingerpicker a un’articolata tavolozza compositiva di stampo quasi cameristico.

Merito senz’altro della sensibilità di Blackshaw, ma anche degli artisti che hanno partecipato insieme a lui alla realizzazione di “Summoning Suns”, tra i quali meritano una menzione Simon Scott, Annie Nilsson e le due musiciste giapponesi Mori Wa Ikiteiru e Kaoru Noda, protagoniste tra l’altro degli intrecci vocali in un brano cantato nella loro stessa lingua (“Towa No Yume”), che suggella con richiami ai colori pastello del folk orientale l’estrema grazia che anima l’intero corso del lavoro.

Benché negli oltre cinquanta minuti di “Summoning Suns” – in particolare nella sua parte finale – non manchino ricorrenti prove della perizia esecutiva della sua dodici corde per la quale Blackshaw è stato originariamente rinomato, anche in tali contesti per lui più abituali sono introdotti significativi elementi cameristici, i cui inserti di archi e flauto conferiscono aggraziate sembianze cameristiche alla sinfonia in miniatura di quasi tredici minuti “Holly” e alle stesse risonanze acustiche dai caldi sentori etnici di “Winter Flies” e della conclusiva “Boo, Forever”.

Ancor più emblematici risultano ovviamente i brani cantati, nei quali al morbido timbro di Blackshaw e ai delicati cammei delle due collaboratrici giapponesi, corrisponde un sorprendente ventaglio di possibilità stilistiche, che va dall’inusitata leggerezza di pop barocco della sbarazzina “Confetti” alle secche cadenze ritmiche della title track, le pulsazioni dei cui tempi obliqui rimandano al Mike Kinsella più introspettivo. Virano invece con maggior decisione al folk i restanti due tra i cinque brani cantati del lavoro, “Failure’s Flame” e “Nothing Ever After”, il primo seguendo percorsi di visionarietà arcana, il secondo in un limpidissimo incontro tra romanticismo da camera e palpitante intimismo.

Non v’è dubbio che “Summoning Suns” sia il disco più vario e completo fin qui realizzato da James Blackshaw, che si mostra con sempre maggior decisione artista a tutto tondo, in grado di trascendere i cliché del virtuosismo afasico per scoprire (e far scoprire) una vena estremamente variegata di compositore chamber-folk e pregevoli caratteri da songwriter finora tenuti nascosti.


http://jamesblackshaw.tumblr.com/

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