music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: FEDERICO ALBANESE

Recente reduce dall’uscita del suo secondo album, “The Blue Hour“, che ha inaugurato una nuova serie di pubblicazioni della prestigiosa etichetta Berlin Classics, uno dei più brillanti tra i nuovi compositori neoclassici italiani racconta la propria riscoperta del pianoforte e l’approccio alla musica finora espresso in due lavori intensi, all’insegna delle suggestioni visive e del coinvolgimento emotivo.

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Negli ultimi anni il pianoforte è tornato al centro dell’attenzione di molti artisti in campi non prettamente “classici”. Tu lo hai ritrovato dopo averlo imparato da bambino: come lo hai riscoperto? Come la tua formazione musicale influisce sulla tua attività odierna?
Ho ritrovato il pianoforte circa nove anni fa, quando stavo lavorando al primo disco de “La Blanche Alchimie”. Ho imparato a comprenderlo, nella sua complessità a magnificenza. Lo studiai da bambino, fino all’età di circa dodici anni; non mi piaceva, non ne capivo il senso, era più che altro una forzatura direi. Infatti convinsi mia madre a farmi smettere. I mie interessi musicali stavano virando verso altri lidi a quell’età, poi con il periodo liceale, era solo punk, hardcore, stoner. Dopo anni di “loud music” forse avevo voglia di un po’ di pace. In fondo il pianoforte è stato sempre li ad aspettarmi e tutto quello che ho imparato forzatamente da ragazzino mi aiuta ancora oggi.

Che conoscenza hai della musica classica? Ci sono autori ai quali ti ispiri o che semplicemente apprezzi?
Adoro la musica classica in tutte le sue sfaccettature, sto imparando adesso a comprendere l’opera di molti maestri del passato, ed è sempre una scoperta. L’ispirazione mi arriva molto da cose visive più che dalla musica stessa, ma inconsciamente penso che in fondo siamo tutti figli dell’eredità di Bach, Mozart, Debussy e via dicendo.

Ritieni la definizione “modern classical” calzante per le varie esperienze attuali di sperimentazione su una strumentazione classica?
Funziona come termine, nel senso che descrive un po’ un “nuovo” modo “moderno” di concepire la
musica. Tuttavia, penso che, come ogni etichetta, lascia il tempo che trova. Ed è anche difficile e forse eccessivo considerarla come “classica” nell’accezione di musica “colta”. Penso che in fondo sia semplicemente un genere a sé, che ad oggi non ha ancora trovato una collocazione precisa. Musica Strumentale direi.

Il tuo debutto “The Houseboat And The Moon” discende anche dalla tua esperienza berlinese: ti va di raccontare come ha influenzato la tua personalità artistica?
Ho avuto modo di conoscere molti artisti e confrontarmi con loro, sperimentare, sviluppare idee. Berlino è un calderone pulsante, è una citta che ti dà lo spazio e il tempo di elaborare le tue idee e metterle in pratica.

Pensi che la costituzione di residenze artistiche anche in Italia potrebbe aiutare la creatività ad emergere? Come le organizzeresti?
Non saprei proprio, forse seguirei dei modelli già esistenti, come la Red Bull Music Accademy o qualcosa di simile. Il problema di fondo dell’Italia non è la creatività, che credo sia ben presente, ho avuto modo di conoscere e suonare con artisti di grande spessore, bensì è più radicato a livello istituzionale, finché la musica è vista solo o quasi come Sanremo e X Factor, ci sarà sempre poco spazio per delle nuove idee o per la sperimentazione, che è basilare per l’evoluzione artistica e creativa.

Vi sono state differenze significative nei processi di elaborazione dei due dischi?
Assolutamente. Due approcci totalmente diversi. “The Houseboat And The Moon” è una collezione di brani scritti in un ampio lasso di tempo e racchiusi sotto lo stesso tetto. Il lavoro è stato più che altro selettivo. Quando ho scritto quei brani non avevo un’etichetta discografica o alcun piano di pubblicazione, più o meno lavoravo per me stesso. Raccontano una storia di anni di sensazioni, luoghi, mondi paralleli.
Per “The Blue Hour” ho lavorato all’opposto, ho sviluppato prima un concept, una linea guida da seguire, e poi ho iniziato a scrivere. Ho trovato questo approccio estremamente utile. Porsi delle limitazioni a volte ti porta ad esaltare cose che altrimenti andrebbero perse.

E in quelli che ne hanno portato alle rispettive pubblicazioni per due etichette abbastanza diverse tra loro?
Due label molto diverse sì, ma in qualche modo complementari. Denovali è una label che viene dal doom/metal/drone, che è anche un po’ il mio mondo musicale del passato e in qualche modo aver pubblicato il primo disco con loro aveva molto senso. Neue Meister al contrario arriva dalla musica classica e si sta aprendo a nuovi orizzonti, ed è strettamente legata a Berlino, quindi ha senso per me che “The Blue Hour”, che in parte racconta di Berlino, sia uscito con loro.

Le tue composizioni trasmettono spesso un’idea “ambientale”, come di descrizione e riempimento degli spazi sonori: questa sensazione risponde in qualche modo a una tua finalità compositiva?
Direi di sì. I suoni di sottofondo e i colori elettronici mi servono per arricchire la melodia stessa, per creare spazio, fare in modo che il piano possa muoversi, come dici tu, all’interno di una sorta di “ambiente”. Inoltre, lavoro prevalentemente coi nastri e poco altro. Ogni tanto mi capita di non accendere nemmeno il computer. Questo produce una sorta di realismo anche nei suoni elettronici, quasi come fossero parte del pianoforte stesso.

federico_albanese_2A chi segue con interesse musica simile alla tua sembra che in Italia ci siano adesso varie proposte più o meno affini: credi che sussistano le condizioni per creare una “scena” o comunque un piccolo cenacolo di artisti che condividono una certa sensibilità?
Perché no. Ho conosciuto diversi artisti di valore ultimamente. Penso che questa idea di musica stia arrivando anche in Italia.
Sono appena tornato da un breve tour e c’era molta gente ai concerti, mi fa estremamente piacere e spero davvero che si formerà una scena ed un interesse sempre maggiore.

Visto che certa “modern classical” pare aver avvicinato ai suoi linguaggi tanti giovani che seguono il mondo (più o meno) “indie”, mi incuriosisce conoscere i tuoi ascolti che esulano dal tuo ambito espressivo…
Molto vari, ultimamente Lana Del Rey, Sharon Van Etten, Demdlike Stare..ma anche jazz, o musica sperimentale tedesca come Roedelius, Moebius o Brian Eno, Harold Budd o musica africana, Ali Farka Touré, Rokia Traoré.

A differenza di altri artisti affini, i tuoi lavori non si fondano sul solo minimalismo ma anzi lasciano  pensare a potenzialità esecutive molto ampie: ti piacerebbe suonare con un’ orchestra?
Molto. Infatti è appena successo lo scorso 29 febbraio a Berlino, dove ho eseguito un brano tratto da “The Blue Hour”, precisamente “Shadow Land” arrangiato per orchestra d’archi e piano.

La tua musica presenta forti connotati suggestivi: qual è il tuo rapporto con le immagini? Hai mai pensato di scrivere una colonna sonora?
La mia prima fonte di ispirazione sono le immagini. Può essere un quadro, un film, una immagine
mentale, un idea. Mi prendo anche molto tempo quando posso e guardo film, vado a mostre, etc., specialmente nei momenti di calo creativo, che trovo fondamentali proprio perché posso concedermi del tempo per altre cose ed incamerare informazioni utili alla musica. Ho scritto diverse colonne sonore ma vorrei farne di più, è in assoluto uno degli aspetti più interessanti. Trovo affascinante l’idea di farsi ispirare dalle visioni di qualcun’altro. Cercare di tradurre in musica un concetto scritto, un espressione, un movimento di camera.

Ci sono artisti (non necessariamente musicisti) con i quali ti piacerebbe collaborare?
Davvero molti, la lista sarebbe molto lunga. Adoro le collaborazioni e contaminazioni in generale, non escludo presto un progetto parallelo..

Come vivi la dimensione live? Quali riscontri stai ricevendo?
É un altro aspetto imprescindibile e meraviglioso, la più grande fortuna è forse proprio quella di poter viaggiare e condividere con il pubblico quello che faccio, farlo entrare brevemente nel mio mondo. È sempre una grande emozione ed esperienza di crescita umana e creativa.

Infine, hai già in mente quali saranno i tuoi prossimi passi dopo il recente “The Blue Hour”?
Sto già pensando al prossimo disco…accadrà presto!

http://federicoalbanese.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 13 marzo 2016 da in interviste con tag , , , , .
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