music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

memories: TO CORNER WOUNDS

drunk_to_corner_woundsDRUNK – To Corner Wounds
(Jagjaguwar, 1998)

Una ventina di anni fa, al tempo in cui non era solo le micro-etichette sperimentali a caratterizzare fortemente la propria identità produttiva, ne nasceva una, la Jagjaguwar, divenuta oggi tra i principali fulcri “indie” americani, la prima parte del cui catalogo era un piccolo scrigno di gemme, realizzate da un coeso circolo di musicisti, spesso in contatto e in collaborazione reciproca.

Per avvicinarsi a “To Corner Wounds”, secondo album dei Drunk, vale dunque integralmente la premessa fatta per quella (coeva) meraviglia di dolce indolenza firmata dai South di Patrick Phelan, che condividevano la medesima provenienza da Richmond, Virginia, e un’affine attitudine alla creazione di miniature narcolettiche, dai movimenti tanto lenti e precisi da sembrare quasi irreali.
Quest’ultima è la caratteristica più lampante dei Drunk, band formatasi un paio d’anni prima intorno al chitarrista Via Nuon (Bevel) e al songwriter Rick Alverson (di lì a poco mente anche dei magnifici Spokane), che dopo un debutto che già ne rendeva evidenti le peculiarità dell’approccio (“A Derby Spiritual”, 1996), in “To Corner Wounds” confeziona una galleria di storie e personaggi dai colori sfumati e dalle vesti sonore del tutto eccentriche rispetto alle tendenze più in voga di quel periodo.

Certo, nella musica dei Drunk non mancano affinità con la tendenza al rallentamento proprio dello slow-core né con una certa precisione matematica nello scandire le ritmiche del post-rock più riflessivo e acustico, eppure come se già non bastasse l’impostazione da orchestrina… ebbra (appunto), in “To Corner Wounds” la band ammanta i propri trasognati bozzetti chamber-folk di una patina antica, popolata da suggestioni che rimandano ad atmosfere dell’Europa orientale. Non appare un caso, infatti, che uno dei dodici brani del disco riprenda il titolo di un vecchio film di Tarkovskij (“Andrej Rublëv”), ambientato nella Russia del quindicesimo secolo e perfettamente coerente con i quadretti surreali pennellati dall’essenziale poetica di testi nei quali compaiono Trotsky e Francis Drake, Neruda e il Kama Sutra (in un’ardita associazione di rima), storie di soldati e di uccisioni, ma anche istantanee di incantata indolenza invernale.

Al comune denominatore formato dal compassato lirismo vocale di Alverson e alle risonanze riflessive e talora dolenti della chitarra di Nuon, si affianca un piccolo ensemble dalle movenze invariabilmente lente, scandite dalle ritmiche di Russel Cook (sodale di Alverson anche negli Spokane), che conferisce ai brani impronte di volta in volta mutevoli. Ma è soprattutto il ricorrente impiego della fisarmonica e degli archi a definire sensazioni di un visionario altrove spazio-temporale, dai tratti ora ombrosi e austeri (“Council’s Lawn”), ora romanticamente desolati (come in “The Peeled Birch” e in “The Bark Of My Body”). In tale contesto, non stupisce la compresenza delle stranianti ambientazioni bucoliche dei due strumentali “Carved Slope” e “As We Go Down Together” e di ballate in miniatura nelle quali si manifesta il fluido songwriting di Alverson, applicato tanto a sghembe armonie pianistiche (“Epoxy”, “Bonitov”) quanto al leggiadro intreccio con la voce di Kendra Feather nella delicata “Spit”.

Al torpido understatement che definisce la magia eccentrica di “To Corner Wounds” sfuggono solo i suoi ultimi venti secondi di pronunciato crescendo da orchestrina di cantastorie della conclusiva “Cold Eel 1917”, che trasforma per un attimo sensazioni malinconiche nella corrispettiva ebrezza di alcol, polvere e sangue proprie di quella tradizione slava lambita con estrema misura dai Drunk per tutto il corso del lavoro. L’insolita bellezza di ”To Corner Wounds” brilla infatti proprio per la leggerezza irreale del tocco dei suoi artefici, frutto non di una ricercatezza fine a se stessa ma di una creatività istintiva, che trascende tempi, spazi e definizioni stilistiche in maniera ogni volte sorprendente, tutta da (ri)scoprire a ogni ascolto.

http://jagjaguwar.com/artist/drunk/

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Questa voce è stata pubblicata il 11 settembre 2016 da in memories con tag , , , , , , , , .
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