music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

house_of_wolvesHOUSE OF WOLVES – House Of Wolves
(Discolexique, 2016)

Si era già intuito dalla concisione del recente “Daughter Of The Sea” che i frutti della prolungata esperienza europea di Rey Villalobos non sarebbero rimasti circoscritti a quel lavoro. Tornato a casa, l’artista californiano ha proseguito la sua opera di raccolta di spunti e idee assorbite inseguendo la passione per la musica in giro per il mondo, che, a poco più di un anno di distanza, trovano ora definizione nel suo terzo album sotto l’alias House Of Wolves. Principale affinità del nuovo omonimo con il disco precedente è senz’altro ravvisabile nella concisione e nell’identità del numero delle tracce, otto per meno di ventisette minuti, che ne costituiscono quasi un secondo capitolo, o meglio l’altra faccia della medaglia.

Sì, perché se in “Daughter Of The Sea” Villalobos si presentava nello scarno formato che vedeva la sua vocalità evocativa sostenuta soltanto da partiture pianistiche e arpeggi acustici, in “House Of Wolves” è affiancato da una vera e propria band, nonché dal contributo in sede di produzione John Morgan Askew (già all’opera con Alela Diane e Laura Gibson), Rey Villalobos. Ciononostante le sue canzoni non smarriscono quel senso di urgenza, quell’immediatezza empatica che le hanno sempre caratterizzate, ma semplicemente si arricchiscono – in maniera sempre misurata – di soluzioni di arrangiamento, dinamiche sfumate e ambientazioni ovattate, che ne amplificano il naturale lirismo ammantandolo di un’elegante aura vintage.

Non spariscono, dunque, dall’orizzonte di Villalobos accorate ballate in penombra (“Alabama” e “Holy Roller”), tuttavia gradualmente innervate da ritmiche asciutte e dalla grana elettrica apportata dalla band (“I’m Here You’re There”, “Darkness”, “Firefly”), a tratti finanche nervosa (“Keep All Your Lovers”). Le soluzioni non snaturano il palpitante afflato romantico di Villalobos, rafforzandone anzi messaggio ed efficacia d’impatto, proiettando così il suo intimismo cantautorale fuori dalla proverbiale “cameretta”, aprendolo a una condivisione comunque sempre all’insegna dell’istinto, come dimostra il fatto che il disco sia stato registrato in soli tre giorni.

Nell’abituale penombra creativa di Villalobos è dunque penetrato un raggio di sole, definendo in maniera più decisa, i contorni delle sue canzoni, ora ricoperti da sottili sospensioni polverose, che ne rivelano l’universalità di un contenuto ora non più soltanto legato all’estemporaneità emotiva del loro autore.


http://houseofwolvesmusic.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 4 ottobre 2016 da in recensioni 2016 con tag , , , , , , .
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