music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

KEELEY FORSYTH – Debris
(Leaf, 2020)*

È senz’altro superfluo sottolineare che, soprattutto di questi tempi, è assai raro trovarsi in presenza di un disco di debutto realizzato non esattamente dalla cameretta di qualche giovane dalle velleità artistiche, ma anzi da qualcuno che ha appena superato la simbolica soglia dei quarant’anni. Non soltanto quest’ultimo è il caso di “Debris”, ma soprattutto a ciò si unisce la provenienza della sua protagonista da contesti artistici diversi, così come i riferimenti da lei stessa evidenziati. Negli ultimi vent’anni Keeley Forsyth ha infatti indossato i panni di attrice in numerosi film di successo e in serie televisive, coltivando al contempo, carsicamente, la sua passione per la scrittura e la composizione musicale.

La lunga esperienza pregressa ha di tutta evidenza plasmato i caratteri della sua attuale dimensione artistica, che oltre a contenuti prettamente musicali evidenza un’immediata vocazione teatrale, intesa in senso sia interpretativo che “coreografico” (non a caso Keeley ha citato Pina Bausch quale prima fonte di ispirazione per la sua musica). In “Debris” sono infatti da subito percepibili evidenti contenuti “fisici”, come se da un lato la sua autrice si mettesse letteralmente a nudo nel raccontare le tormentate storie delle sue otto tracce e dall’altro lo facesse assumendo posture ed espressioni del volto e del corpo funzionali a enfatizzarne i contenuti drammatici.

Spoglia e fortemente suggestiva è anche la voce dell’artista inglese, che si affaccia con profondi accenti di pathos nella title track d’apertura, descrivendo da subito scenari di desolazione ai quali corrispondono ferite interiori, esorcizzare attraverso i testi e con il minimale supporto di viola, chitarra, pianoforte e occasionali strati sintetici. La poetica di Keeley Forsyth è ovviamente ben distante da un intimismo “da cameretta”, nonostante i tratti umbratili e persino gentili di brani quali “Black Bull” o “Large Oak”, nei quali il suo vibrato fortemente evocativo scende appena di tono, aprendosi a una musicalità ariosa che in più di un passaggio fa pensare all’espressività, anch’esse teatrali, di Antony e Lisa Gerrard.

I ventisette minuti di durata complessiva di “Debris” restano tuttavia materia tenebrosa e assai sofferta, scanditi da scarne cadenze di corde acustiche, che si manifestano timidamente in una coltra di densa, sofferta oscurità, come quella di una quinta teatrale nera davanti alla quale l’artista rimane sola, a catturare l’attenzione con i propri racconti e con una voce di non convenzionale intensità. Keeley Forsyth ci riesce pienamente, con grande naturalezza e con una forza spirituale che traspare tra le righe dei testi e nel modo in cui interpreta le soluzioni strumentali che li supportano, che alla spettrale impostazione acustico-cameristica aggiungono nel finale “Start Again” pulsanti graffi elettronici, che dischiudono ulteriori scenari espressivi a un debutto di una già rara, inquieta bellezza.

*disco della settimana dal 20 al 26 gennaio 2020

http://www.keeleyforsyth.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2020 da in recensioni 2020 con tag , , , , , , , , , .
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