music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

MATT ELLIOTT – Farewell To All We Know
(Ici D’Ailleurs, 2020)

All’ottavo capitolo di una storia solista sviluppatasi in maniera inizialmente sorprendente, non è certo più una novità lo spirito del tempo presente che anima i lavori di Matt Elliott, al pari della sua osservazione acuta (e proprio per questo densa di inquietudini) di una contemporaneità quanto mai fragile nelle sue stridenti contraddizioni. Al tempo stesso, dal punto di vista strettamente musicale, la sua fascinazione per il calore latino delle corde della chitarra acustica e l’interesse per le tradizioni folk dell’Europa centrale e orientale continuano ad affacciarsi nei suoi brani, accanto a una vena cantautorale invariabilmente dolente, veicolata da un timbro vocale che, col tempo, si fa sempre più profondo e tenebroso.

Tutto ciò torna a manifestarsi, quattro anni dopo il precedente “The Calm Before”, nei dieci brani del nuovo “Farewell To All We Know”, nel quale i consolidati registri espressivi si aprono a una più pronunciata impostazione cameristica, grazie al pianoforte e agli arrangiamenti di David Chalmin, al violoncello di Gaspar Claus e al basso di Jeff Hallam. Rispolverando un metodo “corale” che rimanda alla sua trilogia di “Songs”, distante ormai oltre dieci anni, Elliott dispiega al contempo spunti di una poetica quanto mai esplicita e riflessiva, sostenuta da un crooning intriso di grande romanticismo ma anche di una tensione drammatica fedelmente rispecchiata dalle vesti sonore dei brani.

Tra le pieghe di “Farewell To All We Know” compaiono così di volta in volta, a volte in maniera ancora sorprendente, riferimenti a linguaggi musicali propri di luoghi e tempi distanti, alimentando quel senso di astrazione che nelle canzoni di Matt Elliott va di pari passo con un approccio tematico che, soprattutto nella seconda parte del lavoro, evidenzia una ormai desolata rinuncia alla pur compressa rabbia d’un tempo (“Hating The Player, Hating The Game”, “Aboulia”). Per quanto orientata su binari ben consolidati, ora più che mai quella di Matt Elliott è musica del tempo presente, di un tempo incerto del quale in passato ha anticipati i presagi e oggi constata le macerie (“Crisis Apparition”), restando tuttavia ancora capace di tradurne l’osservazione in canzoni di un lirismo romantico e, in conclusione, persino aperto alla luce rassicurante di una speranza che con insospettabile leggerezza lo fa cantare che “The Worst Is Over”.

http://www.thirdeyefoundation.com/

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