PLANTMAN
Full Moon Theatre
(Self Released, 2026)

Le motivazioni sono profondamente diverse quando si hanno cinquant’anni rispetto a quando se ne avevano venti, eppure il gusto di catturare al volo un’idea e trasformarla in canzone non cambia mai. A questa affermazione, riportata in nota a margine del nuovo lavoro di Matt Randall, si può facilmente accostare quella che riguarda il piacere di ascoltare le canzoni da lui così confezionate, in maniera ancor più intima e sommessa del solito.

Da quasi sei anni (“Days Of The Rocks“) l’artista inglese non tornava a manifestarsi sotto il suo alias Plantman e, con “Full Moon Theatre” lo fa quasi a sorpresa, con un’uscita per il momento soltanto in formato digitale a offerta libera, che raccoglie canzoni, idee e frammenti di melodie catturate attraverso modalità casalinghe nel corso degli ultimi quattro anni, in parallelo alle esperienze personali e di vita di un uomo ormai di mezza età ma dallo spirito creativo e dalla passione musicale immutate. Per Matt creare minuti bozzetti di canzoni è infatti ancora un gesto spontaneo, forse solo più lento o meno frequente che in passato, così come lo è condividerle con quanti in passato ne hanno apprezzato la naturalezza di scrittura e la delicatezza color pastello dei toni sempre sottilmente malinconici.

In confronto con l’abituale immediatezza delle canzoni di Plantman, “Full Moon Theatre” parte volutamente in sordina, quasi a voler evidenziare la maturità dell’approccio di Randall, sempre più acustico e disadorno, come si intuisce già dai placidi arpeggi acustici dell’iniziale “Prairie Land Skies”, ballata folk in sedicesimi che introduce subito in un ambiente di placida serenità casalinga, della quale le registrazioni colgono l’atmosfera ovattata e anche involontari rumori di fondo.

Ascoltare in sequenza le sedici tracce che formano il lavoro è appunto come sfogliare un diario di sensazioni e immagini raccolte lungo un periodo di vita e tradotte nel formato espressivo più congeniale all’artista inglese, adesso improntato in maniera ancor più spiccata a un understatement perfettamente rappresentativo della sua attuale dimensione creativa. Se appunto ai primi ascolti può sembrare che la diminuita immediatezza non riesca a replicare la magia degli album precedenti, da un lato la trasognata fluidità di ballate intrise di sentori bucolici, come “Fields And Stiles” e “Summer Is Gonna Be Soon”,  e dall’altro la vivacità dei passaggi (relativamente) più uptempo “The Days Are Just Passed” e “Backspin Backspun” permettono di riconoscere nuovamente la fascinazione di Randall per un pop d’autore intimo e cristallino, che in più di un episodio ritrova elementi ritmici e dialoghi strumentali con gli storici amici e collaboratori Adam Radmall e Bryan Styles.

Sulla scia di questi brani, si lasciano ben presto apprezzare le tante più dimesse cartoline acustiche di due minuti o poco più (“Skaters On Ice”, “Kings Of The Park”,“I Was Still Moved”) che popolano la fitta tracklist di “Full Moon Theatre”, nonché i due strumentali che ne chiudono i due ideali lati (non a caso il primo è anche la title track), attestando la rilassata maturità del rinnovato approccio di Randall, che è facile immaginare aver plasmato l’intero lavoro nel soggiorno di casa, catturando momenti di ispirazione fugace con un microfono, pochi strumenti e parecchi fili, intrecciati come la passione per la musica con gli eventi e le emozioni di una quotidianità adulta. Mutevole appunto come le alterne vicende della vita, Plantman si conferma come non mai una creatura artistica mossa dalla sensibilità personale e di scrittura di Matt Randall, ancora capace di regalare una sequenza di piccoli gioielli in forma di canzone, tutti da scoprire, assaporare e, nuovamente, amare in tutta la loro autenticità e grazia discreta, incantata e dolcemente introspettiva.

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