PLANTMAN – Days Of The Rocks 
(Self Released, 2020)

Seguendo i lenti tempi della natura e quelli della sua ispirazione creativa, Matthew Randall torna per la quarta volta a confezionare una raccolta di canzoni dai contorni gentili e dalle sfumature dolcemente malinconiche. Lo fa quasi a sorpresa, senza nessuna anticipazione o promozione, nonostante siano trascorsi quattro anni dal suo ultimo lavoro sotto l’alias Plantman (che oltre all’attitudine poetica ne descrive l’attività quotidiana al di fuori della musica), e nonostante già da qualche tempo i suoi pochi ma appassionati estimatori fossero in attesa di un imminente seguito del delizioso “To The Lighthouse” (2016).

Così, un anonimo giorno di fine novembre sulla pagina Bandcamp dell’artista inglese compaiono finalmente ben tredici nuovi brani, contrassegnati dal titolo “Days Of The Rocks” e, ancora una volta, dall’artwork delicatamente fiabesco disegnato da Amy-Adele Seymour. Non mutano in maniera radicale le coordinate espressive di Randall, che nell’occasione torna a essere affiancato da una piccola schiera di collaboratori, che comprende tra gli altri Roy Thirlwall e Michelle Bappoo, oltre all’originario sodale Adam Radmall, insieme al quale Plantman aveva preso le mosse con l’indimenticabile “Closer To The Snow” (2010).

Il principale elemento che caratterizza le nuove canzoni risiede tuttavia nella loro più evidente matrice acustica e nella (ulteriormente) accresciuta inclinazione pop dell’artista inglese, che si manifesta con estrema naturalezza nell’agile corso del lavoro. Si tratta, in realtà, di due facce della stessa medaglia, poiché di tutta evidenza l’agrodolce lessico pop di Randall, che con consumata confidenza pennella una sequenza di melodie dai colori pastello, incorniciate da soluzioni d’arrangiamento tanto luminose quanto essenziali (basti pensare alla tromba di John Hannon su “Room Of Flies”), ridotte alla loro cristallina essenza acustica che non necessita più degli affascinanti riverberi o delle progressioni delle origini. Sono infatti sufficienti le ovattate risonanze di pochi arpeggi (“John Clare”) e sfumate cadenze ritmiche a definire le atmosfere di raccolta nostalgia che fanno da sfondo a quasi tutti i brani di “Days Of The Rocks”, senza tuttavia per questo offuscarne il soffice incanto.

Dosando con perfetto equilibrio tempi in prevalenza rallentati e passaggi relativamente più vivaci (“Cold Air & Smoke”, “The Tic”) Matthew Randall ha nuovamente confezionato una sequenza di miniature pop senza tempo, la cui delicatezza riesce a ritagliare una mezz’ora abbondante di quieta astrazione dal mondo circostante, accogliendo in un morbido abbraccio immerso in sentori bucolici e sfumature piacevolmente crepuscolari. E, in fondo, non è questa l’essenza più intima delle canzoni pop?

https://www.facebook.com/Plantman/

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