music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

plantman_to_the_lighthousePLANTMAN – To The Lighthouse
(Arlen, 2016)*

Segue il ciclo naturale delle stagioni l’ispirazione di Matthew Randall, che ha atteso l’inverno per dare una veste definitiva alle canzoni scritte nel corso degli ultimi tre anni, respirando le sensazioni mutevoli delle transizioni stagionali dal suo punto di osservazione privilegiato, in mezzo ai campi svolgendo il suo lavoro di giardiniere.

Proprio in quel contesto sono nati quei bozzetti che adesso si sono trasformati nelle quindici canzoni di “To The Lighthouse”, piccole delizie tutte cuore e spontaneità melodica che sviluppano l’ormai consolidata poetica di Plantman, facendola assurgere a un livello di autonomia e consapevolezza creativa ulteriore rispetto ai già splendidi “Closer To The Snow” (2010) e “Whispering Trees” (2013). “To The Lighthouse” rinnova il sodalizio estetico con Amy Adele Seymour, i cui colori pastello ingentiliscono nuovamente l’artwork del lavoro, mentre le doti di polistrumentisti di Bryan Styles e dell’originario sodale Adam Radmall (plusplus) arricchiscono le canzoni di Randall di sfumature e cadenze ritmiche altrettanto delicate.

Ancora una volta, è pop elevato all’ennesima potenza quello dell’artista inglese, che con incredibile naturalezza spaziano da languori jangly a saltuari uptempo, prediligendo tuttavia un intimismo genuino, mai forzato né retorico. A Randall sono infatti sufficienti pochi semplici accordi per pennellare melodie agrodolci condensate in canzoni compiute anche quando durano poco più di un minuto (l’iniziale “Wandering Lane” e “Folk Eye Turning”); il carattere di istantanee di emozioni fuggevoli, come momenti di ispirazione catturati al volo tra una siepe e un prato, si ritrova in quasi tutti i brani di “To The Lighthouse”, distillati di una poetica minima e solitaria (“February Song”, “Spring Letter”, “Three Walls”), eppure immediatamente universalizzabili a paradigmi di sensazioni senta tempo né età.

Non di soli languori stagionali, comunque, vive in “To The Lighthouse”, che svela in sequenza ipotesi di perfette canzoni pop l’una dopo l’altra, tanto che quando pensa di aver individuato un apice di lirismo e coinvolgimento, lo si ritrova invece presto superato brano dopo brano. Sono in particolare quelli più vivaci, incentrati su chitarre diluite in riverberi romantici e jingle jangle evanescenti a confezionare omaggi ispirati e personali ai Go-Betweens, in chiave lievemente psych (“Frost Fayre”) oppure all’insegna di un’endemica nostalgia che entra in circolo al primo ascolto, dolcemente, per non svanire nemmeno alla fine del disco (“Slow Design”, “My Winter Belle”, “A Quieter Place”).

Lo sguardo sensibile di Matthew Randall si applica dunque con straordinaria naturalezza a canzoni strutturate, con chitarre e ritmiche a farla da padrone, ed essenziali saggi di un understatement fatto di pochi accordi, atmosfere sospese e melodie cantate quasi sottovoce, che nel cammeo di Chantal Acda in “Honeydew” trova anche un ideale corrispettivo femminile.

Postilla: come già nel caso della copia faticosamente recuperata, delle trentacinque nelle quali era stato per la prima volta pubblicato il debutto “Closer To The Snow”, anche nel caso di “To The Lighthouse” c’è un aneddoto personale da raccontare. Stavolta si tratta di un cd-r senza copertina con i titoli dei brani scritti a mano e una tracklist parzialmente diversa, recapitato quasi a sorpresa da Matthew Randall ben oltre un anno fa, prima ancora del mastering finale. Non sarà un cimelio meritevole di valutazione commerciale, ma possiede già un valore affettivo, legato a canzoni che in molti casi si sono fatte amare al primo ascolto e che, oltre un anno dopo, suonano vive, presenti e coinvolgenti, artigianali gioielli pop che si legano a un tempo di vita ma che, mai come in questo caso, non conoscono i limiti temporali di una settimana, un mese o un anno, ma parlano i linguaggi universali dell’ispirazione empatica di chi le ha scritte e delle emozioni altrettanto spontanee che sono in grado di suscitare in chi, ascoltandole con spirito libero, se ne lascia dolcemente abbracciare.

*disco della settimana dal 25 al 31 luglio 2016

http://www.facebook.com/pages/Plantman/

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