music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: PLANTMAN

La sotterranea band inglese di indie-pop languido e nostalgico è per la prima volta in Italia per tre date dal vivo. Matthew Randall – voce, chitarra e songwriter – racconta dell’esperienza di autentica passione che presiede alle sue canzoni.
plantman

Quali sono i vostri background musicali? E com’è nata l’idea di Plantman?
Sia Adam che io suonavamo insieme da otto anni nei Beatglider (band shoegaze noise, ndr), con i quali abbiamo pubblicato tre dischi a partire dal 1997, prima di prenderci una pausa nel 2008, dopo “Witches”. Nella band io scrivevo le canzoni e suonavo la chitarra, mentre Adam suonava le tastiere. Ho sempre scritto molte canzoni sul tipo di quelle di Plantman, quindi piuttosto tranquille e ben poco adatte allo stile elettrico dei Beatglider, che raccoglievo in cassette e cd-r; all’epoca era solo un diverso modo di rendere le mie canzoni, attraverso una semplice forma acustica e con qualche tastiera. Nel frattempo, ho scoperto piuttosto tardi i Go Betweens e ho capito che il loro modo di scrivere canzoni era perfetto per me e mi ha ispirato tantissimo.

C’è qualche significato particolare nella scelta del nome della band?
È molto letterale, non sono un supereroe! Faccio il giardiniere, quindi mi è sembrato molto adatto.

Il vostro delizioso album d’esordio, “Closer To The Snow” è stato pubblicato in sole trentacinque copie da Cathedral Transmission, etichetta che di solito propone sonorità molto diverse: come siete entrati in contatto con loro?
Ai tempi dei Beatglider avevamo un accordo con Sony, che non si è rivelato un’esperienza positiva e mi ha fatto capire quanto sia importante un’etichetta autenticamente indipendente che pubblichi la tua musica e ti supporti senza alcuna interferenza. Così mi sono messo alla ricerca delle più piccole etichette che perseguivano un’etica DIY; tra queste, ho inviato una copia del disco a David (Newlyn, ndr) di Cathedral Transmission, che l’ha apprezzato molto ed è stato ben felice di pubblicarlo nell’integralità delle sue diciassette tracce, che ben probabilmente sarebbe stata accorciata dalla maggior parte delle etichette. Tra l’altro anche lui come me è un fan degli album originali dei Baby Bird, il che era ulteriormente attraente per me.

Quale posto occupa la musica nella vostra vita? È una semplice passione o pensate di poterla trasformare in un lavoro?
Adesso ho trentotto anni e pubblico musica in varie forme da quindici, per cui penso di poter essere attivo ancora fino a quando continuerà a venirmi spontaneo scrivere canzoni. La musica è semplicemente parte della mia vita, ne sono appassionato in maniera viscerale, sia dal punto di vista della scoperta e dell’ascolto che della scrittura. La musica mi è stata sempre di grande conforto e la sola eccitazione di poter creare qualcosa che cinque minuti prima non esisteva è già così appagante. Scriverei canzoni a prescindere dal fatto che possano essere pubblicate e alla mia età non immaginerei proprio più che possa diventare un lavoro; è semplicemente qualcosa che mi piace fare.

Le vostre canzoni hanno un sapore dolcemente nostalgico: ritenete che, come scriveva Nick Hornby, sussista un legame necessario tra malinconia e musica pop?
Per è importante, sono molto legato a alla malinconia e alle sensazioni che evoca. Autori che amo quali Grant McClennan, Fred Cornog, Lou Barlow e Bob Wratten, hanno tutti la capacità di suscitare quel tipo di sentimenti, che tuttavia non trovo, in generale, più confortanti di rispetto ad altri.

C’è un verso di “Closer To The Snow” che mi ha colpito molto, quando cantate “Love is a passing ship that wakes you up”: come vi è venuta in mente l’analogia? E, in generale, ritenete i sentimenti delle guide necessarie per la vostra ispirazione?
Le emozioni guidano tutte le mie canzoni. Vivrei con grande disagio canzoni che suonassero bene ma non fossero oneste con me stesso. Non posso forzare il mio processo di songwriting: a volte si manifesta, altre no.
La mia scrittrice preferita è Virginia Woolf. Penso che i suoi libri mostrino quanto bello possa essere il linguaggio e che lei come nessun altro sia stata in grado di evocare il sentimento di “trovarsi in un certo momento”; se sei felice, quel sentimento è la gioia, non il suo inizio, per cui quel verso si pone più o meno nella stessa vena.

Anche le sonorità che prediligete sembrano radicate nel passato più fulgido del pop britannico: si tratta di una scelta consapevolmente “di retroguardia” o di qualcosa che vi viene spontaneo?
Sono cresciuto nei primi anni ’90, nell’era dello shoegaze e del post-grunge dei Pavement, che ha ispirato molto i Beatglider. In seguito, ho scoperto l band del movimento C86, per le quali ero troppo giovane al tempo, quindi non ho alcun rapporto nostalgico con The Loft, Field Mice etc., ma ne ho soltanto apprezzato la qualità delle canzoni. Un mio caro amico, Roy Thirlwall (The Windmills, Melodie Group) mi ha poi iniziato alla musica di metà anni ’80: ho sempre amato le chitarre effettate e penso che questo mi abbia naturalmente influenzato, come se mi ci fossi completamente immerso e ne avessi tratto una sorta di ibrido.

Sentite affinità con altri musicisti attuali? Come vi ponete,da ascoltatori, nei confronti della musica di questi anni?
Amo la musica onesta, sincera. Forse quanto a sensibilità mi sento vicino a East River Pipe, anche se non oserei mai accostarvi Plantman! È una questione di spirito: band quali The Clean, Yo La Tengo, Durutti Column e Pastels per me sono molti importanti e percepisco che abbiano pubblicato la musica che sentivano.
Ascolto musica tutti i giorni, quest’anno ho amato molto “Slow Summits” dei Pastels, “A Bad Wind Blows In My Heart” di Bill Ryder Jones, “The Inheritor” di James Holden e ho scoperto la discografia solista di Julian Cope. È stato poi fonte di grande ispirazione suonare con i By The Sea, band meravigliosamente priva di pretese.

Proprio perché “Closer To The Snow” è stato pubblicato in trentacinque copie, la rete ha rivestito un ruolo fondamentale per permetterne la diffusione: cosa pensate della fruizione della musica attraverso la rete, degli streaming e del download (più o meno legale)?
Chi scarica musica gratuitamente non mi crea nessun problema, visto che non faccio musica per vivere; forse sarebbe diverso se invece lo facessi, ma sono sicuro che senza la rete le canzoni di Plantman probabilmente non sarebbero mai uscite da casa mia!

Come nascono le vostre canzoni? Entrate in studio con le idee già chiare oppure con pochi accordi e qualche pezzo abbozzato?
Ho sempre scritto le canzoni completamente da solo, registrandole su demo 4-tracce, quindi prima di portarle in studio ho già una chiara idea dei temi e della struttura. A volte sento che la versione 4-tracce sia già completa, com’è avvenuto per esempio con “Magic Wood” o con “Doves Tail”. In entrambi i casi ho mandato le canzoni di sola chitarra ad Adam perché vi aggiungesse delle parti di basso o tastiere, quindi le abbiamo registrate in studio cercando di mantenere la produzione quanto meno dettagliata possibile, in modo da dare maggior respiro alle canzoni. Penso infatti che rimaneggiando troppo in studio una canzone la si possa completamente svuotare della sua essenza originaria.

Sia nei brani che nelle componenti visuali dei vostri dischi, si percepisce un forte legame con la vostra terra: ritenete che il paesaggio, la luce e le condizioni metereologiche influiscano sul modo di fare musica?
Lavoro all’aria aperta, a contatto della natura, quindi mi sento legato alle stagioni e al senso di scorrere del tempo che comunica. La maggior parte dei miei testi sono stati scritti sul mio telefono mentre mi trovavo in un bosco o in mezzo ai campi, in una condizione che si può davvero considerare come quella di un lavoro da sogno!
Amy Adele Seymour, che ha disegnato l’artwork di “Whispering Trees“, si adatta alla perfezione alla nostra musica; adoro il suo stile fanciullesco, lo trovo molto naturale. È fantastico che adesso il suo lavoro stia richiamando maggiore attenzione.

Ritenete vi sia qualche differenza sostanziale tra le modalità di scrittura e di realizzazione dei vostri due album?
“Whispering Trees” è probabilmente più dinamico rispetto a “Closer To The Snow”. Alla band si è aggiunto nell’occasione anche Bryan Styles e soprattutto dal vivo ha influenzato il nostro suono. Quando abbiamo registrato “Closer Tho The Snow” non sapevamo nemmeno che sarebbe stato pubblicato, cosa della quale eravamo invece ben consapevoli quando lavoravamo a “Whispering Trees”. Sono comunque soddisfatto di entrambi, nonostante sia inevitabile pensare che qualcosa sarebbe potuto essere diverso, volevo fin dall’inizio che non ci fosse una grande differenza tra i due.
In particolare, pensavo che avrei abbreviato il numero delle canzoni; mi piace che i dischi abbiano una certa durata e siano per me come i mesi di un diario, anche se mi rendo conto che qualcuno penserà che sono troppo lunghi. Andrew Slocombe e Tina Lowe, che gestiscono Arlen, ci hanno supportato moltissimo per “Whispering Trees”, coinvolgendo anche Duncan Jordan di Bella Union.

Adam è impegnato anche nel suo elettro-acustico plusplus: come si coniugano questi due profili? Si influenzano in maniera vicendevole?
Amiamo entrambi la stessa musica, per cui non penso che i diversi progetti si influenzino tra di loro anche perché si svolgono separatamente l’uno dall’altro. Ci sono però due canzoni, “Mountains” e “The Bitter Song”, per le quali Adam ha prima elaborato la musica e in seguito io ho aggiunto i testi, che sarebbero facilmente potuti essere strumentali di plusplus.
Il terzo disco di plusplus (i primi due sono stati pubblicati in download gratuito dalla netlable romana La Bèl, ndr) “People Come And People Go”, non è ancora uscito e comunque è fantastico e spero possa vedere la luce molto presto.

Qual è il senso e la finalità che vi proponete nello scrivere musica?
È semplicemente un modo per trasformare pensieri ed emozioni in qualcosa di tangibile per me. Sono stupito che altri l’abbiano apprezzata ed è davvero gratificante anche solo ricevere un’email da qualcuno a cui sono piaciuti i nostri dischi; è una strana sensazione quando hai vissuto un disco per un certo periodo dentro di te e poi questo diventa di pubblico dominio e viene giudicato.

Come vivete la dimensione live? Ritenete aggiunga qualcosa a quello che riuscite a esprimere in studio?
Suonare dal vivo è qualcosa che ho gradualmente apprezzato sempre di più col passare del tempo; non siamo particolarmente estroversi, quindi a volte può essere abbastanza stressante, ma in questo sono migliorato invecchiando. Entrambi facciano show acustici o con la band al completo, per cui immagino che i secondi possano apparire più ricchi e i primi più intimi, ma in generale non vogliamo ricreare semplicemente i dischi nota per nota, quindi ogni set risulta diverso dall’altro.

Nel mese di ottobre suonerete per la prima volta in Italia: cosa vi attendete da questa esperienza?
Siamo molto entusiasti all’idea: faremo un paio di concerti acustici e uno con la band al complete. In Italia abbiamo avuto varie recensioni positive e in prima istanza con “Closer To The Snow” questo ci ha dato la consapevolezza che stessimo facendo qualcosa di buono. Non vedo l’ora di visitare l’Italia, mi piacerebbe molto andare ai giardini di Ninfa ma non penso che non avremo molto tempo.

Infine, cos’altro ci si può attendere da Plantman nel prossimo futuro e cosa vi aspettate voi dalla musica?
Il nostro terzo album è già scritto e ha un titolo: questa volta sarà qualcosa di più tranquillo e lo-fi. Sarà ultimato nel corso del prossimo inverno insieme a Bryan Styles e John Hannon, perché preferisco il periodo invernale per registrare. Inoltre, prima o poi mi piacerebbe fare un album interamente su 4-tracce.
Quest’anno, poi, mi sono divertito a suonare chitarra e basso con band di amici, Melodie Group e Out Of The Caves, con i quali mi sono sentito molto libero senza l’onere di scrivere le canzoni.
Adam adesso vive in Giappone, il che significa che non possiamo più suonare insieme ma lui potrà sempre dare un contributo alle registrazioni, mentre ci saranno Stafford Glover e Mark Steward (ex bassista e chitarrista dei Beatglider) a darci una mano dal vivo.
Spero solo di continuare a fare musica finché potrò, perché la musica mi dà sempre qualcosa. Ho ascoltato “Ghosts Of American Astronauts” dei Mekons e “My Pillow Is The Threshold” dei Silver Jews per la prima volta lo scorso fine settimana e avrei potuto continuare a farlo per centinaia di volte per cercare di scoprirne i segreti e meravigliarmene.

(versione integrale dell’intervista pubblicata su Rockerilla n. 398, ottobre 2013 – Interview in English)

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Questa voce è stata pubblicata il 17 ottobre 2013 da in interviste con tag , , , , , .
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