music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: THE DECEMBERISTS

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Un musical di esclusi e perdenti, sotto le luci del palcoscenico

La parabola dei Decemberists, insieme forse solo a quella dei loro ideali “cugini” Okkervil River, può prendersi a paradigma dell’evoluzione sostanziale e della percezione da parte di pubblico e critica di quella riscoperta del linguaggio folk che ormai funge da protagonista di ampie parti della scena indipendente americana (e non solo). I quasi quindici anni trascorsi dalle prime cinque canzoni autoprodotte all’ormai consolidata dimensione produttiva “major” della band corrispondono allo stesso lasso di tempo nel quale il folk è tornato al centro dell’attenzione generale quale veicolo espressivo semplice e immediato e soprattutto suscettibile di un’infinità di variopinte declinazioni, che nemmeno i più strenui detrattori potrebbero oggi ridurre al cliché dei solitari cantautori con barba e camicia di flanella d’ordinanza.
Eppure, gli inizi della band erano stati in sordina, paragonabili a quelli di tanti altri giovani artisti che, esaurita l’ebrezza rock (anche di quello da college e lo-fi) degli anni Novanta, cominciavano a cimentarsi con la scrittura musicale facendo i conti con l’esiguità dei mezzi tecnici a disposizione.

Cinque canzoni per un esordio in sordina
La storia dei Decemberists comincia nel 2000, in quella Portland che stava per diventare epicentro dell’inesauribile scena indie-folk del Pacific North-West statunitense, dove un ragazzo nativo del Montana, Colin Meloy, insieme al bassista Nate Query e alla pianista-organista Jenny Conlee costituisce il nucleo centrale di una band che in seguito si dimostrerà aperta a numerose collaborazioni e variazioni di line-up. Il quintetto originario è completato dal chitarrista Chris Funk e dal batterista Ezra Holbrook, insieme ai quali Meloy pubblica in maniera casalinga la prima testimonianza della band, quel “5 Songs Ep” (2001), che sarà trampolino di lancio verso la produzione musicale professionale, ancorché indipendente.
L’elemento caratterizzante di quella manciata di canzoni, che rivelano già una sensibilità melodica non comune e narrazioni da teatro popolare incentrate su chitarra e fisarmonica, risiede proprio nella figura di Colin Meloy, nella sua voce vagamente nasale e a tratti persino sgraziata e soprattutto nell’impostazione letteraria e teatrale dei suoi testi, che risentono in maniera evidente di una formazione che non a caso include corsi universitari di scrittura creativa.

La “Comédie humaine” del periodo indipendente
L’Ep richiama subito l’attenzione di un’etichetta, la piccola ma arguta Hush, che nel 2002 licenzia il primo album ufficiale, “Castaways And Cutouts”, dieci brani popolati da una variopinta galleria umana di reietti e outsider, che attraverso la voce di Meloy narrano storie intrise di malinconia e fatalismo, tuttavia alleviate da delicatezza letteraria e sottile vena ironica.
Nel lavoro la band svaria con dimestichezza tra melodie arrotondate, arrangiamenti ariosi, increspature elettriche e approcci di una psichedelia lieve e polverosa, incarnata dalla frequente presenza di inserti d’organo che, alternati all’armonica, conferiscono ai brani registri sempre diversi. Il modesto epos delle storie di perdenti, narrate da Meloy con piglio insieme svelto e romantico, ricorre nelle pennellate neorealiste di ballate arrembanti quali “The Legionnaire’s Lament” e “July, July!”, i cui toni battaglieri corrispondono tuttavia a contesti invero estremamente ordinari e quotidiani. Basta infatti leggere tra i versi delle canzoni per trovare immagini di desolata emarginazione da provincia americana: “This is the story of the road that goes to my house/ And what ghosts there do remain/ And all the troughs that run the length and breadth of my house/ And the chickens, how they rattle chicken chains” canta Meloy proprio in “July, July!”, mentre la stessa protagonista di “Odalisque”, “Raised on praties, peanut shells, and dirt/ In the railroad cul-de-sac”, ha ben poco della sensuale iconografia che si potrebbe immaginare corripondere al titolo del brano.

Le componenti narrative e teatrali dell’album di debutto, unite all’approccio a cavallo tra tradizione americana e più decisa fruibilità, lasciano già intravedere in filigrana l’attitudine della band a un’immediatezza pop che va di pari passo con una certa tendenza alla magniloquenza, di gusto vagamente progressive, che ne accompagnerà il percorso successivo.
La disincantata spontaneità dell’approccio dei Decemberists suscita immediati riscontri positivi e accostamenti che, oltre a richiamare le coeve esperienze di Bright Eyes e Okkervil River, rimandano a Jeff Mangum e al collettivo Elephant 6, sia per una certa vena eccentrica della scrittura di Meloy, sia soprattutto per la concezione plurale della band, aperta a collaborazioni e avvicendamenti nella propria formazione.

decemberists_2Il secondo lavoro dei Decemberists, successivo alla ripubblicazione ampliata dell’Ep “5 Songs” e al passaggio alla Kill Rock Stars, vede infatti tra l’altro l’entrata in formazione di Rachel Blumberg (batteria e seconda voce), già nei Norfolk & Western di quel genio nascosto del cantautorato alt-folk che risponde al nome di Adam Selzer, che non a caso si occupa della produzione. Il disco, intitolato “Her Majesty” (2003), mette in mostra fin dalla copertina e dall’incipit narrativo la sua dimensione di rassegna di una commedia umana, al tempo stesso grottesca e drammatica. “We set to sail on a packet full of spice, rum, and tea-leaves/ We’ve emptied out all the bars and the Bowery hotels”: con questa coralità marinaresca si apre, in “Shanty For The Arethusa”, un disco che coniuga scorci rurali che sanno di whiskey e polvere con ariosi arrangiamenti d’archi e fiati, citazioni colte contemporanee con tanto di dedica alla scrittrice Myla Goldberg e archetipi di un teatro popolare riassunti in caratterizzazioni semplici e genuine dei protagonisti che si avvicendano sull’ideale palcoscenico loro offerto da ciascun brano. Entrano così in scena, uno dopo l’altro, il Marinaio e il Soldato, lo Scapolo e la Sposa, il Ginnasta e l’Attore, tutti a loro modo sconfitti nell’agone della vita, tutti alla ricerca di un riscatto, di un’effigie nella memoria di chi ne ascolta le storie, anche per il solo breve lasso di una canzone.

Non vi è commiserazione intellettuale né retorica pauperista nella sequenza di caratteri di un album-gioiello, che coniuga antico e moderno con schietta leggerezza e una varietà di soluzioni sonore atte a rideclinare il classico country-folk con coralità orchestrale e accenti che, senza edulcorare la propria identità estetica e narrativa, risultano anche adeguati a un pubblico indie alla ricerca di sensazioni diverse da quelle coltivate (o indotte) negli anni immediatamente precedenti.
Altri personaggi entrano in scena nell’ideale appendice di “Her Majesty”, un’unica traccia a più voci narranti di oltre diciotto minuti ispirata alla novella irlandese precristiana “Táin Bó Cúailnge”; “The Tain” è recitata da un Soldato, una Megera, un Marito, un Capitano, un Coro di Mogli e una Vedova, che ne fanno musical in miniatura, nel quale sono condensati scarni arpeggi e incalzanti crescendo, marce militari e aloni di romantica malinconia.

Da tale fervida brillantezza narrativa si coglie da un lato il naturale affinamento della scrittura creativa, eppure estremamente fruibile, di Colin Meloy (nel frattempo migliorato anche dal punto di vista dell’interpretazione), dall’altro la sua propensione a qualcosa di più organico e articolato di una semplice raccolta di canzoni: una rock-opera, o piuttosto un’opera folk, dedicata a un tema o a uno specifico periodo storico. L’obiettivo viene dapprima avvicinato con “Picaresque” (2005), album le cui storie appaiono animate da un positivismo non del tutto affine a quello della temperie letteraria richiamata dal titolo; al contempo, alla dimensione di eccentrica orchestrina folk, l’immaginario della band sostituisce quella di un lirismo pop raffinato, ma già corredato di qualche ridondanza negli arrangiamenti, che ne appesantisce la narrazione rispetto all’originaria cornice rustica e spoglia degli esordi.

La consacrazione “major”, dal folk-musical alla rock-opera
Sono ormai mature le premesse per il grande salto, che non tarderà molto ad arrivare, a coronamento di un periodo creativo particolarmente attivo, nel quale Meloy si cimenta in divertissement solisti, interpretando brani di Morrissey e Shirley Collins. A dispetto dei luoghi comuni per cui il passaggio a una major discografica coincide con sostanziali cambiamenti espressivi, la pubblicazione a fine 2006 di “The Crane Wife” da parte di Capitol non stravolge le coordinate artistiche della band, che si mostra tutt’al più consapevole della necessità di incanalare la propria ricercata scanzonatezza in un formato più vario e serioso. Ne risulta un ibrido nel quale richiami seventies, psichedelia canterburiana, danze gitane e vorticosi turbini elettrici convivono con aperture orchestrali e residue tracce dell’abituale lirismo folk. Alternando un paio di musical in miniatura dalla durata intorno ai dodici minuti a quadretti paradossali, all’altezza delle geniali caratterizzazioni degli album precedenti, i Decemberists sostituiscono ai palcoscenici improvvisati della provincia rurale americana le luci e i lustrini delle strade che portano a Broadway, indossando abiti nei quali il loro spirito colto ma genuino mostra di non sentirsi particolarmente a proprio agio.

La via, però, è segnata e non prevede inversione di marcia: superati gli iniziali corteggiamenti dei palati indie, al quinto disco Colin Meloy e soci traducono in realtà l’ambizioso progetto di una vera e propria rock-opera, i cui personaggi non sono più narrati in sequenza ma prendono – letteralmente – voce l’uno dopo l’altro, nel corso di un imponente impianto di diciassette episodi, per un’ora di durata nel corso della quale si avvicenda una serie di ospiti d’eccezione (tra i quali Robyn Hitchcock, Becky Stark e Shara Worden). “The Hazards Of Love” (2009) presenta da un lato madrigali e ballate elegiache e dall’altro pesanti reminiscenze di un rock classico, più o meno progressive e psichedelico e comunque quasi sempre caratterizzato da un eccesso di orpelli, dai quali si fa una certa fatica a cogliere residui sprazzi del brillante songwriting di Meloy.

Una maturità che non disconosce le origini
decemberists_3Appena raggiunto il punto più distante dalla schiettezza folk degli esordi, Colin Meloy palesa l’esigenza di un ritorno alla semplicità nella scrittura e nel registro espressivo. Il bagaglio di esperienze accumulato nel corso degli anni non va disperso, né avrebbe senso un radicale ritorno a un passato che contemplava ben altri presupposti, eppure con “The King Is Dead” (2011) i Decemberists invertono l’andamento dell’ideale parabola che li aveva portati a riempire le loro narrazioni di una pluralità di elementi, alla lunga risultati sovrabbondanti. A ciò corrisponde una riacquisita leggiadria dell’orchestrina-Decemberists che, smessi gli ingombranti abiti da musical, si mostra ancora a proprio agio con la polvere della tradizione di strada e con l’elegiaca narrazione di imprese guerresche. Rimane fermo il gusto per l’unitarietà tematica, che nell’occasione trova nella ciclicità del tempo e della natura metafora di conflitti interiori ed esteriori, resi con toni vivaci e battaglieri, profondamente umani. D’altro canto, la band non rinnega la dimensione conseguita sulla scia dei lavori precedenti, senza tuttavia travisare più la propria fisionomia per accedere a contesti indie-rock, ma anzi provando a introdurre in quell’ambito, con discrezione, il proprio linguaggio folk sbilenco e letterario. In tal senso, la presenza in tre brani dell’album del chitarrista degli R.E.M. Peter Buck chiude in un certo senso il cerchio della ritrovata vena poetica della band, ormai in grado di gestire in maniera misurata l’esigenza di elaborazione di un messaggio immediatamente comprensibile con la coerenza con tutto quanto l’ha proiettata nel ruolo di avamposto della coralità orchestrale folk nel firmamento mid-stream.

Appena varcata la soglia psicologica dei quarant’anni, la penna di Colin Meloy non si è inaridita; anzi, giunti con “What A Terrible World, What A Beautiful World” (2015) al quarto disco per una major, i suoi Decemberists appaiono non solo in uno stato di forma ancora più che discreto, ma soprattutto mostrano di aver raggiunto un equilibrato compromesso tra la disincantata genuinità folk degli esordi e produzioni rispetto alle quali l’aggettivo “patinato” non deve suonare sinonimo di superficialità. Anzi, adesso come non mai, il loro merito è quello di aver portato la riscoperta della ricchezza narrativa folk a disposizione di un pubblico più ampio, senza snaturarsi.

(pubblicato su Rockerilla n. 413, gennaio 2015)

http://www.decemberists.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 17 marzo 2009 da in storie d'artista con tag , , , , , , , .
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