music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: GREG HAINES

A pochi mesi dal suo ultimo “Where We Were“, che ne ha in parte scompaginato la collocazione sul crinale tra sperimentazione e neoclassicismo, Greg Haines si racconta a partire dalle origini del suo interesse per la musica classica e quella elettronica.

greg_hainesCome ti sei approcciato alla musica classica e a quella elettronica? Hai una formazione classica?
Non ho nessun tipo di educazione musicale, tanto che non ho mai seguito nemmeno una lezione di pianoforte. Eppure, il mio interesse per la musica classica si è sviluppato in modo abbastanza naturale quanto ero più giovane, utilizzando quali punti di partenza autori quali Arvo Päart e Steve Reich. A scuola ho avuto un insegnante di musica molto valido, che mi ha fatto scoprire tante cose che ancora adesso amo; mi prestava dei dischi senza dirmi nulla a riguardo prima di ascoltarli, e solo dopo commentavamo insieme il loro contenuto e il modo in cui erano realizzati. Ad esempio, all’epoca la pièce “In C” (di Terry Riley, ndr) mi colpì in particolar modo come dimostrazione che la musica potesse essere composta in modo totalmente differente rispetto a un metodo classico.
Invece davvero non riesco a spiegare da dove nasca il mio interesse per la musica elettronica. Adesso sembra che sia dovunque, non se ne può quasi più fare a meno. Ma sono stato sempre più interessato al vecchio modo di fare musica, prediligendo impiegare nastri e synth dotati di una propria impronta caratteristica, piuttosto che creare tutto in maniera standardizzata al laptop. Di recente mi è capitato di leggere un’intervista nella quale Brian Eno sosteneva che gli strumenti elettronici lo avevano attratto per il fatto che non ci fosse un modo “corretto” di suonarli, in quanto all’epoca la loro tecnologia era così nuova che non ne era stato ancora individuato un modo di utilizzo univoco e quindi si prestava a tanti diversi approcci individuali. Questa stessa considerazione può descrivere almeno parte del motivo per cui amo gli strumenti analogici, perché anche se il loro funzionamento di base è più o meno identico, ciascuno può impiegarli in maniera anche molto differente.

Accanto a numerosi strumenti tradizionali, l’elettronica gioca un ruolo significativo nella tua musica: quanto è importante per te nel momento della composizione?
Continuo ancora a impostare gran parte delle mie composizioni al pianoforte, perché ritengo utile delineare un’idea di melodia di base prima di far partire le macchine e cercare il giusto suono da associarvi. Comunque a volte utilizzo una strumentazione elettronica limitata, cominciando a tratte ispirazione da un determinato suono e allora il brano sembra scriversi da solo. Ogni brano che ho scritto sembra essere partito in maniera diversa e aver seguito un proprio particolare percorso, ma è proprio questo che mi diverte!

Qual è la tua condizione ideale per comporre? Da dove proviene la tua ispirazione (sia in senso tecnico che emozionale)?
Dipende. Per esempio, per il progetto The Alvaret Ensemble (insieme a Sytze Pruiksma, Jan e Romke Kleefstra, ndr) è stato necessario un ampio spazio aperto ad echi e riverberi per metterci in condizione di creare, tanto che non credo avremmo mai potuto registrare nulla in uno studio. Al momento, invece, per la mia musica mi piace trascorre giorni interi in studio, circondato da tutti i miei strumenti ed effetti. Mi ci posso davvero perdere, specialmente nelle giornate invernali nelle quali fuori fa freddo e posso felicemente alzarmi, avviare tutte la macchine e lavorare senza sosta finché non sono così stanco da crollare addormentato sulla sedia. È una sensazione che mi manca davvero quando sono in tour.

Hai cominciato a comporre e suonare da solo, mentre in seguito ti è capitato di lavorare con altri musicisti; adesso nel tuo ultimo “Where We Were” sei tornato a comporre in solitudine. Quali differenze riscontri nei due modi di comporre?
Per certi versi è preferibile lavorare con altri artisti, perché confrontandosi con qualcuno si possono trarre nuove idee e soprattutto si evita il rischio di arrovellarsi lungamente su cosa vada bene e cosa no. Di contro, lavorando da soli ci si può davvero perfezionare nel proprio percorso artistico personale, senza che nessuno possa in qualche modo indurre a deviazioni, e una volta raggiunta una certa confidenza con quel percorso allora si può creare qualcosa di veramente speciale. Lavorando con altre persone questo fattore può risultare un po’ diluito, ma da ciò discendono anche molte cose positive, quindi posso affermare che entrambi i metodi presentano punti di forza e di debolezza.

C’è qualche artista che consideri importante nella tua formazione musicale o qualcuno cui ti senti affine per modo di fare musica?
Ce ne sono molti, è difficilissimo capire da dove partire. All’inizio sono stato affascinato da Arvo Pärt, che apprezzo molto tutt’oggi, poi Steve Reich, Brian Eno e i Talk Talk. Penso invece che il mio ultimo disco abbia tratto ispirazione da altre fonti, che pure ho amato per un certo periodo ma che finora non erano mai affiorate nella mia musica: produzioni come quelle di Rhythm and Sound e Basic Channel, Tony Allen, Lee Perry e un sacco di roba tedesca degli anni ’70, tra cui i primi Tangerine Dream, Klaus Schultze, Popul Vuh. Non sono sicuro che il risultato sia stato simile alla loro musica, ma l’equipaggiamento utilizzato proveniva indubbiamente dalla loro stessa epoca!

Le discografie di molti artisti “sperimentali” sono molto ricche, tanto che non è raro vederli pubblicare molti dischi in un limitato periodo di tempo. Condividi la medesima urgenza compositiva?
Assolutamente no. C’è così tanta musica in circolazione che non se ne sente ulteriore bisogno. Per cui non vorrei pubblicare nulla a meno che non sia davvero importante per me. Ed è del tutto irrilevante se questo processo possa richiedere sei mesi o sei anni.

Come descriveresti il significato e la finalità – sia artistica che personale – della tua musica?
Questa è una domanda veramente impegnativa… in generale ritengo che la finalità muti in continuazione, da un anno all’altro e a volte anche da un giorno all’altro. Mi piacerebbe continuare a creare musica che voglia dire qualcosa per me, poter continuare a realizzarla con amore e attenzione, evitando di impegnarmi in progetti che possano in qualche modo compromettere la mia integrità artistica. Oggi tanti artisti finiscono per comporre musica per la pubblicità, per la semplice ragione che è molto remunerativa; io invece non lo farei mai, se non altro perché la trovo incompatibile con le ragioni che fin dall’inizio mi hanno spinto a scrivere musica.
Ma questa è una divagazione… il significato è nella percezione di chi ascolta la mia musica, è qualunque cosa l’ascoltatore voglia che sia; il fatto stesso che possa pensarlo è importante tanto quanto quello che faccio, se non di più.

La tua musica presenta spesso componenti molto “cinematiche”: sussiste un qualche legame tra le tue composizioni e le immagini, i luoghi, etc.?
Molte persone mi dicono di vedere varie immagini ascoltando la mia musica, mentre devo dire che a me non è mai capitato di vedere nulla, né ascoltando la mia né quella di altri. Per me il suono è sufficiente.

“Where We Were” sembra in qualche misura una deviazione rispetto al materiale ambient-neoclassico dei dischi immediatamente precedenti. Cosa ci si più attendere da te in futuro e cosa ti attendi tu dalla musica?
Ho un sacco di cose diverse in programma. Verso la fine di quest’anno, alla Royal Opera House di Londra debutterà un nuovo lavoro realizzato insieme al coreografo David Dawson: si tratta di composizioni per un’ampia orchestra e non comprende nessun elemento elettronico. Ci sarà presto anche un nuovo album di The Alvaret Ensemble, al quale questa volta collaboreranno quattro importanti musicisti islandesi. Inoltre a breve comincerò a lavorare a nuove registrazioni in studio, che probabilmente saranno improntate a sonorità elettroniche e potrebbero in seguito essere comprese in una serie di edizioni in vinile dodici pollici.
E poi ci sono tanti altri piccoli progetti in corso, molti dei quali sono ancora abbastanza indefiniti, quindi per avere maggiori informazioni bisognerà soltanto aspettare!

(pubblicato su Rockerilla n. 395-396, luglio-agosto 2013 – English version)

http://greghaines.wordpress.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 12 settembre 2013 da in interviste con tag , , , , , , .
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