music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

mogwai_rave_tapesMOGWAI – Rave Tapes
(Rock Action / Sub Pop, 2014)

Chissà perché a volte sono sufficienti un paio di sintetizzatori, una copertina dai colori sgargianti e contorni vagamente sci-fi per trasformare come per incanto, agli occhi della stampa musicale di tendenza, in artefice di rigenerante rinnovamento una band additata (spesso a sproposito) come impegnata nella perenne ripetizione di se stessa e di quei canoni post-rock (?) che quella stessa stampa avevano sedotta e ben presto abbandonata.
Misteri insondabili della comunicazione, sempre più alieni e distanti dalla percezione musicale e a volte anche dal contenuto dei dischi. Come l’ottavo disco dei Mogwai, quasi misteriosamente tornati ai livelli più di visibilità dopo un periodo di relativa e comunque ingiustificata emarginazione dalle attenzioni dei più, ironia della sorte proprio con uno dei lavori meno affascinanti tra gli ultimi prodotti e tutto sommato nemmeno così rivoluzionari dal punto di vista di forma e contenuto rispetto al proprio passato più o meno recente.

È vero, nei dieci brani di “Rave Tapes” le tastiere assumono un ruolo più centrale, ancorché circoscritto alle torbide propulsioni che si saldano alle asciutte cadenze ritmiche di “Simon Ferocious”, alle sciabordanti screziature della conclusiva “The Lord Is Out Of Control” e alle fastidiose tastierine 8-bit della preoccupante anticipazione “Remurdered” (ah, gli anni ’80 per alcuni rappresentano ancora una credenziale di per sé positiva!). Tuttavia, gran parte del lavoro non si discosta più di tanto da quanto la band scozzese ha messo in mostra negli ultimi anni, a partire proprio dai languori spettrali della splendida colonna sonora dello scorso anno “Les Revenants”, che si ritrovano in buona misura nell’iniziale “Heard About You Last Night”, e dall’ispessimento elettrico “rock-non-più-post” dell’ultimo “Hardcore Will Never Die, But You Will”, ben presente in “Master Card” e in “No Medicine For Regret”.

Leggermente più indietro si risale con le propulsioni che uniscono le chitarre con le tastiere (sì, perché i Mogwai ne hanno fatto uso anche in passato…) in “Repelish” e soprattutto con i veementi rilanci di “Hexon Bogon” e “Deesh”, brani che in una vibrante nebbia di feedback e delay riecheggiano i tempi “Happy Songs For Happy People”. Discorso a sé, merita poi l’unica piccola gemma – e unico brano cantato – del lavoro, quella “Blues Hour” che rispolvera l’essenza più romantica e coinvolgente dei Mogwai, sul crinale tra la dolcezza del pianoforte di Barry Burns e l’impeto liberatorio dell’esplosione elettrica finale.

Insomma, in ossequio al principio per cui tutto nulla si crea ma tutto si trasforma, in “Rave Tapes” si ritrova integralmente lo stile consolidato dei Mogwai e quanto di buono realizzato da sempre, ivi inclusi gli ultimi dischi, che anzi apparivano in linea di massima più ispirati e coinvolgenti. La classe e l’ormai consumato mestiere con cui la band sa dosare gli ingredienti del proprio suono riescono a travalicare la ricorrente impressione di una certa calligrafia, facendo di “Rave Tapes” una sintesi di un’esperienza artistica (o almeno della sua ultima parte) ancora in grado di regalare scorci godibili ai propri estimatori. Però, ecco, per quel che conti, le svolte stilistiche sono tutt’altra cosa; così come i lavori più riusciti dei Mogwai vanno ricercati altrove…

http://www.mogwai.co.uk/

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Questa voce è stata pubblicata il 20 gennaio 2014 da in recensioni 2014 con tag , , , , , , , , .
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