music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

yair_elazar_glotman_northern_gulfsYAIR ELAZAR GLOTMAN – Northern Gulfs
(Glacial Movements, 2014)

Chi l’ha detto che il concept dell’isolazionismo ghiacciato debba necessariamente produrre opere di dark-ambient ottundente e uniforme? In realtà, la romana Glacial Movements è da tempo andata discostandosi da un’estetica tanto affascinante quanto dagli spazi per variazioni spesso piuttosto ristretti.

Non desta dunque stupore, bensì costituisce soltanto un ulteriore tassello di questo ambizioso percorso la nuova pubblicazione dell’etichetta curata da Alessandro Tedeschi, che vede come protagonista l’artista di origine israeliana, ma residente a Berlino, Yair Elazar Glotman. È il suo stesso retroterra creativo a differire da quello di un semplice manipolatore di strati sonori sintetici: Glotman è infatti un compositore elettro-acustico a tutto tondo, la cui formazione classica e l’attività di sonorizzatore di film, installazioni e pièce di danza non gli ha tuttavia fatto disdegnare l’interesse per l’elettronica. Tutt’altro, tanto che il suo ideale viaggio tra le profonde insenature e gli abissi dei mari nordici rappresenta ben probabilmente l’uscita di Glacial Movements dal più consistente contenuto ritmico.

Fin dall’incipit “Sunken Anchor” i due mondi di Glotman convivono in equilibrata armonia, con austere modulazioni di contrabbasso saldate con inusitata naturalezza a un universo di pulsazioni e sciabordii che riecheggiano, appunto, profondità misteriose. È tuttavia l’intero “Northern Gulfs” a muoversi sul medesimo esile crinale, con torbide ambientazioni ancora percorse da fremiti palpabili (“Khaypudyr Bay”) e immersioni in recessi tenebrosi, popolati da saturazioni tremule, sibili e crepiti oscillanti tra alta e bassa marea (il binomio “High Tide”-“Low Tide”). Anzi, la parte conclusiva del lavoro si apre persino a modulazioni ricamate da suoni brillanti (“Kara Sea”) e a un romanticismo sporcato appena sporcato dall’universo sonoro brulicante di Glotman, incessantemente percorso da detriti, vibrazioni e rumori che ne allontanano dalle convenzioni dark-ambient la personale e cinematica declinazione delle suggestioni del grande nord, nell’occasione rese nelle loro componenti più liquide e organiche.

La relativa concisione dell’opera (quarantotto minuti) agevola la fruizione degli affascinanti paesaggi di “Northern Gulfs”, frutto di una stimolante sintesi tra impronta classica, non comune sensibilità digitale e fascinazione per gli elementi particellari di profondità tanto gelide quanto vivificanti.

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