music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: MYRIAM GENDRON

Autrice, con “Not So Deep As A Well” di un debutto animato da straordinaria espressività atemporale, la canadese francofona Myriam Gendron racconta il suo rapporto con la musica e con i libri, ben oltre le interpretazioni delle poesie di Dorothy Parker che ha messo in musica nel suo esordio, particolarissimo e profondamente sentito.

myriam_gendron

Prima di tutto una curiosità: scrivi il tuo blog personale su Tumblr sia in francese che in inglese, quindi come dobbiamo pronunciare il tuo nome? Senti un particolare legame con il tuo Paese e la sua cultura?
Sono una canadese francofona, quindi il mio nome va pronunciato secondo la fonetica francese. Sono cresciuta nella provincia del Quebec, ricevendo un’educazione quasi esclusivamente in francese. Ho imparato l’inglese a dieci anni, quando ho seguito la mia famiglia a Washington. Adesso vivo a Montreal, che è una città bilingue, ma il francese rimane il mio principale veicolo di comunicazione. Poiché il mio disco è in inglese e le etichette che lo hanno pubblicato hanno sede negli Stati Uniti, è stato necessario avere anche una versione inglese del blog, anche se sento sempre naturale rivolgermi ai miei interlocutori in francese. La situazione a riguardo in Quebec è abbastanza complicata, visto che essere un’enclave francese in Nord America implica un’idea di sopravvivenza molto pronunciata e poiché lingua e cultura sono strettamente correlate, la scelta dell’inglese quale veicolo di espressione artistica non è molto ben considerata. Devo ammettere che non mi trovo completamente a mio agio con questa scelta, ma poiché i testi delle mie canzoni sono poesie scritte in inglese – e non avrebbe avuto molto senso cantarli tradotti – per me va bene così! Se farò un altro disco, potrebbe essere in francese, ma ancora non lo so.

La tua biografia racconta che hai viaggiato molto fin da quando eri bambina: ritieni che ciò abbia influito sul tuo modo di essere sia come persona che come artista?
In questo modo ho sicuramente sviluppato la mia personalità, ma fino a che punto è difficile a dirsi. Credo che il fatto di essere continuamente sradicata da un luogo all’altro mi abbia mi abbia portato a creare un forte spazio interiore, qualcosa insieme al quale viaggiare, e probabilmente è da lì che traggo la mia energia artistica. Ma probabilmente le cose sono molto più complicate di così!

Come hai iniziato a suonare?
Ho cominciato da molto piccola. La scuola pubblica del quartiere nel quale sono cresciuta non era un’ordinaria scuola elementare: i due insegnanti di musica, che erano persone molto serie ed appassionate, avevano creato uno speciale programma di musica del quale gli alunni potevano usufruire in maniera gratuita. Un terzo del tempo trascorso in classe era dedicato alla musica: lì ho imparato il canto corale e a suonare in particolar modo il violino, il pianoforte e il flauto, ma anche altri strumenti quali violoncello, xilofono, maracas, etc. Mi considero molto fortunata ad avere avuto un’educazione musicale così precoce. La chitarra, invece, è arrivata più tardi, ho iniziato a suonarla quando avevo circa tredici anni.

myriam_gendron_2Quando hai cominciato a sentirti pronta per suonare su un palco o per pubblicare un disco?
Non fino a pochissimo tempo fa. Ho iniziato a scrivere canzoni solo con il progetto legato a Dorothy Parker. Prima di allora, mi limitavo a suonare delle cover, giusto per il piacere di farlo. Lo stesso progetto circa Dorothy Parker è partito come un semplice hobby, perché ritenevo che le sue poesie fossero dotate di una spiccata musicalità e quindi ho deciso di provare a metterne alcune in musica. L’operazione funzionava in maniera insospettabile, tanto che da lì a poco mi sono ritrovata una bella collezione. Il mio fidanzato ha creduto molto in queste canzoni e se ne è preso cura, spingendomi a eseguirle dal vivo e a registrarle, e si è messo alla ricerca di etichette discografiche che potessero essere interessate. Da allora tutto è andato molto in fretta.

Che musica hai abitualmente apprezzato di più nel corso degli anni? E adesso?
Nella prima adolescenza, le mie band preferite erano Nirvana, Hole e Pixies. Intorno ai quindici anni ho cominciato ad ascoltare cose più tranquille come quelle dei cantautori francesi Jacques Brel, Georges Brassens e Léo Ferré. In quel momento ho sviluppato un autentico gusto per i testi. Poco più tardi è arrivato Leonard Cohen, ed è stato uno shock notevole, un importante punto di svolta. E poi Bob Dylan, Townes Van Zandt, Michael Hurley, etc. Oggi continuo ad ascoltare molto folk, ma sono interessata anche a molti altri tipi di musica; ascolto tanto krautrock (Neu!, Can, Faust…), amo il primo Brian Eno e PJ Harvey. E poi sono un’estimatrice dei grandi chitarristi acustici sulla scia di John Fahey (Glenn Jones, Jack Rose, Michael Chapman…). E amerò per sempre il rock and roll!

C’è qualche artista che consideri importante nella tua formazione musicale o che ritieni vicino alla tua sensibilità?
Se dovessi nominarne uno solo, sarebbe senz’altro Leonard Cohen. Lo ammiro e mi rapporto a lui sia come artista che come persona.

È inevitabile chiederti qualcosa a proposito della particolare scelta di mettere in musica le poesie di Dorothy Parker: come ti è venuta l’idea? C’è qualche significato particolare dietro questa scelta?
Non sono certa che vi sia un preciso significato, o almeno la scelta non è dipesa da un simile motivo. Mi sono imbattuta in una raccolta di sue poesie rovistando tra gli scaffali di una piccola libreria di Montreal. Si trattava di una bella edizione del 1936; anch’io sono una libraia e quindi mi ha attirato l’oggetto in sé. Prima di trovare quel libro avevo appena sentito parlare di Dorothy Parker, ne conoscevo l’incisiva opera di critica letteraria ma non sapevo avesse scritto poesie. Quando ho cominciato a leggerle, mi suonavano quasi come canzoni, allora ho portato il libro a casa e ho subito provato a metterle in musica. Mentre le trasformavo in canzoni entravo progressivamente sempre più nelle poesie e mi sentivo sempre più vicina alla loro autrice.

Tutte le canzoni di “Not So Deep As A Well” sembrano così naturali, così schiettamente personali, come se fossero formate dalla tue stesse parole: quando i versi di Dorothy Parker rappresentano il tuo modo di essere e di sentire?
Sono convinta che in ogni grande pezzo letterario si possano trovare elementi ai quali relazionarsi. Ma quelle parole non sono nostre. Questo per me è importante da ricordare, in modo da mantenere una certa distanza. Eppure, le poesie della Parker mi parlano in un modo davvero tanto speciale, con la loro miscela di fragilità e forza, di humour e disperazione, che mi sento di rapportarmi a loro. E, per quante esperienze abbia potuto raccogliere, molte persone le percepiscono allo stesso modo.

Scrivi anche canzoni tue? Ci si può attendere presto un disco fatto delle tue parole?
Ah, è difficile rispondere a questo. Di recente ho scritto alcune canzoni, sia dal punto di vista della melodia che dei testi, ma non mi sento ancora a mio agio con le parole come invece con la musica. Però potrebbe succedere tra qualche tempo.
È impressionante come il tuo disco sia risultato allo stesso tempo essenziale e intenso: si tratta della tua modalità espressiva ideale oppure sei interessata anche in qualcosa di diverso rispetto a sole voce e chitarra?
Sono particolarmente interessata al livello di spoglia essenzialità che posso raggiungere solo con voce e chitarra, ma sull’album ho sentito la necessità di aggiungere qua e là delle percussioni e c’è anche una canzone con una chitarra elettrica. Apprezzo anche il suono elettrico scarno, spettrale, vicino alla prima Cat Power. Mi piace la varietà del suono e provare nuove soluzioni, anche se la combinazione voce e chitarra acustica rimane il mio veicolo espressivo più naturale.

Negli ultimi anni la musica folk si sta espandendo in maniera sempre più ampia tra gli artisti indipendenti: cosa pensi di questo ritorno alla semplicità e in generale al linguaggio del folk?
È difficile a dirsi, mi manca una prospettiva a riguardo, però penso che sia un po’ come nella moda, funziona tutto in maniera ciclica. C’è stato un revival molto forte negli anni ’70 e probabilmente adesso sta succedendo qualcosa di simile. Si è raggiunto un tale livello di complessità nel suono che è diffusa la sensazione che non si possa più creare niente di nuovo. Il ritorno alla semplicità della musica folk – qualcosa di deliberatamente antico – può essere uno strumento di reazione, ma ce ne sono anche altri. Non conosco molto bene la scena noise, ma ho la sensazione che fare noise e fare folk siano due modi molto diversi ma entrambi riusciti di confrontarsi con un’eredità altrimenti opprimente.

myriam_gendron_1Come sei entrata in contatto con le etichette che hanno pubblicato “Not So Deep As A Well”?
Ha fatto tutto il mio fantastico fidanzato, Benoît Chaput! Lui lavora in una casa editrice e alcuni anni fa ha curato una raccolta di articoli del critico musicale Byron Coley (“C’est la guerre: Early writings 1978-1983”, L’Oie de Cravan press), che è un suo caro amico da tempo e ha assistito alla mia prima esibizione dal vivo a Montreal e credo che quanto ha sentito gli sia piaciuto. Byron gestisce il negozio di dischi della Feeding Tube a Northampton insieme a Ted Lee, che si occupa anche dell’etichetta. Quando Benoît gli ha raccontato che stava cercando un’etichetta per il mio progetto, Byron ha pensato che Ted potesse essere interessato a pubblicarlo su Feeding Tube Records, così gli abbiamo inviato un demo, che gli è piaciuto tanto da offrirci la possibilità di fare un’edizione limitata di trecento copie in vinile. Intorno allo stesso periodo, Benoît ed io ci siamo imbattuti nell’album di Barna Howard su Mama Bird; mi sono innamorata di quel disco e Mama Bird ci sembrava proprio la tipologia di piccola etichetta che stavo cercando, perciò ho mandato l’album a Vincent Banchieri, il manager dell’etichetta, e lui nel giro di un paio di giorni ci ha risposto dicendo che era entusiasta del disco e proponendo di farne un’uscita digitale. Dopo un po’ d’esitazione ho deciso per entrambe le edizioni.

Cosa pensi del modo in cui la musica si diffonde oggi attraverso la rete? Ritieni che sia d’aiuto per un’artista giovane e nuova come te?
Certamente. Sono molto impressionata per quanto rapidamente il disco sta viaggiando in giro per il mondo. Credo che le prime persone che ne hanno parlato siano in Finlandia, Germania, Italia e Polonia. E adesso anche in Giappone! È tutto un po’ surreale.

Quali sono, da un punto di vista sia personale che artistico, i significati e le finalità nel fare musica?
Credo che la musica, al pari di ogni altra forma d’arte, rappresenti un linguaggio, un modo di comunicare. In definitiva, tutte le lingue hanno la stessa finalità, quella di far funzionare la comunicazione. Idealmente, vorrei che la mia musica colpisse le persone, che cambiasse qualcosa per lor, dentro di loro, nello stesso modo in cui i miei artisti preferiti hanno colpito e trasformato me.

Infine, cos’altro possiamo aspettarci da te in futuro e cosa ti aspetti tu dalla musica?
Non ho specifici piani per l’immediato future. A breve avrò un bambino, quindi le cose dal punto di vista musicale rallenteranno un po’, ma non ho intenzione di fermarmi. Cercherò di impiegare il tempo del mio congedo di maternità, oltre ovviamente che per dedicarmi a mio figlio, anche per scrivere nuove canzoni e provare nuove esperienze. Mi piacerebbe tornare a suonare dal vivo in autunno e forse fare un paio di concerti negli Stati Uniti. Dalla musica, invece, non mi aspetto niente di più di quanto già non mi dia: farmi provare sensazioni, aiutarmi a crescere e avvicinare le persone.

(versione integrale dell’intervista pubblicata su Rockerilla n. 406, giugno 2014 – read the interview in English here)
foto 1-3: Antoine Peuchmaurd

http://myriamgendron.tumblr.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 1 luglio 2014 da in interviste con tag , , , , , .
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