music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

redvers_truth_in_silenceREDVERS – Truth In Silence
(Self Released, 2014)

Dalle Blue Mountains ai sotterranei notturni di Sydney, fino a studi di registrazione professionale a San Francisco; il desiderio di scoprire nuovi mondi, unito alla passione e alla sensibilità applicate alla scrittura di canzoni semplici ma intrise di pathos e poesia hanno portato lontano il cantautore australiano Justin Gill, il cui debutto sotto l’alias Redvers è di quelli che non passano inosservati pur nello sterminato panorama di proposte cantautorali. E non certo solamente perché è stato realizzato con l’assistenza di un produttore quale Ian Pellicci (già al lavoro con nomi quali Deerhoof, John Vanderslice e James Jackson Toth) presso i prestigiosi Tiny Telephone Studios di San Francisco, visto che la pubblicazione del disco è per ora avvenuta in formato digitale e in appena trenta copie autoprodotte su cd.

Fin dal suo titolo-manifesto, “Truth In Silence” evidenzia la propensione del cantautore australiano alla ricerca di un formato espressivo tanto scarno quanto spontaneo, che l’immediatezza della sua scrittura e il suo timbro vocale caldo e asciutto incorniciano in canzoni dense di un pathos umbratile, fortemente espressivo e coinvolgente. Ad alimentare le atmosfere di raccolto intimismo e spiccati contenuti emotivi delle canzoni di Gill contribuisce senz’altro il valore aggiunto della produzione e dei collaboratori incontrati in California, in particolare il pianoforte e l’organo di Rob Shelton (collaboratore di John Vanderslice) e soprattutto il violoncello di Michelle Kwon della Magik*Magik Orchestra, collettivo i cui musicisti quest’anno hanno già preso parte agli splendidi lavori di Gem Club e di Christina Vantzou.

La forza principale di “Truth In Silence” risiede tuttavia nell’ispirazione di Gill, nel suo picking acustico, che apre in solitaria il lavoro nella strumentale “Dawn Interlude”, si avvita in volute circolari ipnotiche nella drake-iana “Laughing At Rainbows” e distilla serafici arpeggi negli articolati raccordi della conclusiva “Time Dilation”. Benché il fantasma di Drake aleggi lungo un po’ tutto il lavoro, la disarmante spontaneità interpretativa di Gill riempie di contenuti ed espressioni personali sette canzoni (le altre due tracce sono appunto lo strumentale d’apertura e un breve “(Reprise)” di nemmeno un minuto di archi distorti) che spaziano dal fragile romanticismo di “Impressions” alle tinte bluesy di “Golden Anguish”, trovando nell’apporto di pianoforte e violoncello accenti in grado di enfatizzarne ulteriormente i già traboccanti contenuti espressivi.

In parallelo si amplia il ventaglio di soluzioni poste in essere da Gill, il cui moderato crooning incornicia così in “Homeless” una vibrante ballata pianistica, mentre il violoncello rifinisce con discrezione cartoline di un’introspezione manifestata con essenziale consapevolezza, che in “Cycle Of Welcome” riecheggia le atmosfere sospese delle riletture cameristiche dei Depeche Mode da parte di Sylvain Chauveau nel gioiello “Down To The Bone” (2005).

Ci sono i grandi spazi naturali e, soprattutto, quelli interiori in “Truth In Silence” e tutta la sensibilità e la schiettezza di Justin Gill, che attraverso l’equilibrato dosaggio di intensità e delicatezza, di armonie acustiche, voce e arrangiamenti, ha distillato un debutto di classe cantautorale cristallina, da non lasciarsi sfuggire.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 luglio 2014 da in recensioni 2014 con tag , , , , , , , , .
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