music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

robert_scott_the_green_houseROBERT SCOTT – The Green House
(Flying Nun, 2014)

Come spesso avviene in contesti geografici difficili e isolati (basti pensare all’Islanda), il mondo musicale neozelandese segue tempi e logiche peculiari, dalle quali talora nascono interrelazioni artistiche e proposte discografiche singolari. Nei tempi più recenti, quello cantautorale sembra il linguaggio che più si presta a fungere da premessa a produzioni degne di nota: fresco è il ricordo del mirabile debutto folk di Aldous Harding, mentre un’altra voce femminile, quella di Holly Fullbrook (Tiny Ruins) è ormai assurta a una dimensione di riconoscimento mondiale.

È dunque anche l’organica presenza della Fullbrook a richiamare l’attenzione sul terzo disco solista di Robert Scott (già in band quali The Clean e, più di recente, The Bats). Quello tra i due è un incontro di sensibilità e, in parte, di generazioni del microcosmo espressivo neozelandese: “Dunedin sound” e chitarre effettate da un lato, cantautorato acustico e interpretazioni eteree dall’altro si uniscono in “The Green House” in una sfaccettata narrazione latamente pop.

Il contributo della Fullbrook in cinque dei dodici brani dell’album ingentilisce senz’altro il songwriting e lo stesso suono di Scott, temperandone l’affiorante asperità del feedback (“Vertigo”) in volute armoniche che, sovrapposte nell’apertura “Lights Are Low” a un incedere serrato per quanto sognante, sfumano via via in sinuosi duetti tra folk e pop (“Lava”, “Lazy Boy”) e in atmosfere sospese e riflessive (“Little Bird” e soprattutto “Now In Your Hands”), che lasciano scolorare i riverberi chitarristici in dolci volute da dream-pop confidenziale.

Tutto ciò non deve tuttavia indurre a ridimensionare l’apporto della scrittura e della composizione di Scott, che anzi nei pezzi integralmente solisti denota una vena pop di chiara origine Dunedin (“Month Of Sundays”), oltre a mettere in mostra una volontà di cimentarsi con il x folk (“Favourite Case”) che giustifica pienamente l’operazione collaborativa e l’adeguata scelta della partner. Inoltre, nella parte finale del lavoro, è lui stesso a sfumare le iniziali esuberanze in un paio di saggi di cantautorato permeato da rarefazioni malinconiche (“Hear The Hondas” e la conclusiva “Right From Wrong”), che ne attestano la dimensione spoglia e solitaria, coltivata da ormai oltre dieci anni a margine dell’attività con le sue varie band e adesso sicuramente confacente alla sua matura impronta di musicista e cantautore.

http://robertscott.co.nz/

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Questa voce è stata pubblicata il 17 settembre 2014 da in recensioni 2014 con tag , , , , , , , , , .
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