music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

chantal_acda_live_in_dresdenCHANTAL ACDA – Live In Dresden
(Gizeh, 2014)

La pubblicazione del concerto tenuto da Chantal Acda a Dresda non una semplice appendice del suo “Let Your Hands Be My Guide”, tra i dischi più preziosi dello scorso anno, né implica l’adesione allo stanco rituale di trasferire in formato live una serie di canzoni già edite. Benché appunto “Live In Dresden” consti di appena sei brani del recente album in studio dell’artista olandese trapiantata in Belgio, il contesto dal vivo amplifica, ponendola sotto una diversa luce, quella dimensione collaborativa nella quale la Acda ha trovato suggestivo complemento alla preziosa fragilità delle sue canzoni.

Se il disco era arricchito dalla partecipazione di collaboratori d’eccezione tra i quali spiccavano Nils Frahm e Peter Broderick, non meno nutrito è il novero dei musicisti che accompagnano l’artista olandese nell’occasione: la loro provenienza da mondi sonori parzialmente diversi è tuttavia mantenuta, in particolare per la presenza, nel terzetto di supporto, di Eric Thielemans.
I toni dei brani prescelti per il live restano comunque sfumati e persino sonnolenti, con i brani che vengono, tutt’al più, rivestiti di esili stille acustiche e ritmiche gentili, come in particolare nel caso di “We Will, We Must”, mentre le atmosfere di “Jason” e “Own Time” risultano anzi ancor più rarefatte rispetto agli originali. Non per questo l’esibizione, ancorché estremamente raccolta, appare algida e distante dal contesto né tanto meno troppo aderente alle versioni in studio dei medesimi brani, che peraltro rispecchiano sostanzialmente anche la tracklist dell’album.

Lo scostamento più sensibile, oltre che nell’ambientazione austera e sospesa, è riscontrabile nei due brani finali, “Backdrops” e “Wintercoat”, entrambi presentati in versioni espanse a oltre dieci minuti di durata: il primo comincia pianissimo e si svolge attraverso ricami acustici destrutturati che vedono i musicisti concedersi qualche virtuosismo, mentre il secondo reca l’impronta riconoscibile di Thielemans nel corposo crescendo di ritmiche che ne caratterizza il lungo finale strumentale.

Forse proprio da qui si può trarre qualche elemento per un probabile ulteriore ampliamento del ventaglio espressivo della Acda, che si conferma non solo autrice sensibile e interprete di rara delicatezza ma artista a tutto tondo, molto interessata all’impostazione cameristica ma aperta alla ricerca di soluzioni più complesse, purché accomunate dal denominatore di un ovattato minimalismo acustico.

http://www.chantalacda.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 16 settembre 2014 da in recensioni 2014 con tag , , , , , , , .
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