music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

dan_lyth_and_the_euphrates_benthic_linesDAN LYTH AND THE EUPHRATES – Benthic Lines
(Armellodie, 2014)

Proveniente da quella zona costiera del Fife che ha dato i natali a cantori folk del calibro di James Yorkston e King Creosote, Dan Lyth ha tuttavia intrapreso un percorso artistico sostanzialmente diverso da quello dei suoi conterranei, per quanto in qualche misura a sua volta ispirato dalle peculiarità naturali del luogo d’origine. Può ben definirsi un personaggio piuttosto eccentrico Lyth, o comunque artefice di traiettorie ellittiche, che nel volgere di dieci anni lo hanno condotto alla pubblicazione di un solo disco vero e proprio (“Everything Is Simple”, 2010) e di un paio di Ep e adesso gli hanno suggerito un’idea della produzione musicale in radicale controtendenza con la diffusa dimensione cantautorale “da cameretta”.

Non solo “Benthic Lines” è stato realizzato con la stabile collaborazione di altri quattro musicisti (di qui l’origine della nuova denominazione collettiva) e con il supporto di una sezione di ottoni, ma le sue otto canzoni sono state registrate in otto diversi contesti all’aperto, che spaziano da familiari località scozzesi a zone di quell’Africa per la quale Lyth nutre una fortissima passione. L’associazione dei luoghi alle canzoni, puntualmente documentata sull’apposito sito benthiclines.com, è fonte di curiosità piuttosto che di effettiva specificità sonora, tuttavia univocamente individuabile nella volontà di Lyth di portare le sue canzoni al di fuori di una stanza o di uno studio di registrazione, immergendole in una pluralità di ambienti naturali ai quali rimangono così legati, principalmente nella memoria dell’artista.
Il frutto di tale sensibilità “ambientale” mantiene tuttavia inalterati i caratteri del songwriting dell’artista scozzese, a sua volta non meno vario dei luoghi prescelti per imprimerli su supporto magnetico. Tratti comune degli otto brani di “Benthic Lines” sono il profondo lirismo di scrittura e interpretazione di Lyth, la sua propensione a una raffinata coralità negli arrangiamenti e una fascinazione il suo interesse per una rudimentale elettronica, deputata a “sporcare” alcuni brani, ovvero a rivestirli di semplici accenti ritmici.

È il pianoforte lo strumento principe di “Benthic Lines”, posto alla guida di ballate in penombra, romantiche e palpitanti d’emozione, quali l’iniziale “All My Love” e “This Time In November”, ma anche di incastri elettro-acustici che attraversano o destrutturano le melodie (“How It Happened”); in questa pratica, a volte, Lyth tende a lasciarsi prendere la mano, un po’ come l’ultimo Sufjan Stevens (al quale è accomunato anche dalla vocazione orchestrale), fino a trasformare la natura stessa dei propri brani (“We Were Bones And We Were Meat”, “Super Nature”). Il tutto è comunque spesso bilanciato da moderate soluzioni cameristiche, che trovano respiro dinamico proprio grazie alla sezione di fiati che supporta la band: prova emblematica ne è in particolare “Earth Broke Its Vow”, vibrante ballata di pianoforte e ritmiche, che anche per l’affinità del timbro vocale suggerisce affinità con i migliori Radiohead, prima della commovente apertura dei fiati nella sua seconda parte.

Benché appunto non alieno da riferimenti e affinità, “Benthic Lines” può a buona ragione definirsi un lavoro originale, non solo per modalità di realizzazione, e soprattutto frutto della ricerca di una composita definizione sonora per l’acuto songwriting di un artista decisamente fuori dal comune.

http://www.danlyth.com/

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