music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

soak_before_we_forgot_how_to_dreamSOAK – Before We Forgot How To Dream
(Rough Trade, 2015)*

Un bianco e nero di sfocata essenzialità, dal quale traspare tutto il desiderio di aprirsi al mondo, ma anche la schiva riservatezza di una teenager al debutto, ma già veterana dei palcoscenici della sua città, la nordirlandese Derry, che ha cominciato a calcare fin da quando aveva quattordici anni. Possiede senz’altro le stimmate della predestinata la diciottenne Bridie Monds-Watson, che sotto l’alias SOAK esordisce già assistita da un’etichetta di prim’ordine quale Rough Trade e dalla produzione di Tommy McLaughlin dei Villagers.

Date tali premesse, “Before We Forgot How To Dream” si attesta ben distante da una disadorna dimensione casalinga, tuttavia non per questo nelle canzoni della giovane nordirlandese ricorre alcuna affettazione, né tanto meno il contesto produttivo ne altera la fragilità di fondo e lo stesso contenuto narrativo, incentrato su tematiche del tutto coerenti con l’età dell’artista. Tra i versi di gran parte dei brani raccolti nel lavoro, si percepisce infatti nettamente un’endemica malinconia (post-)adolescenziale, il desiderio e al tempo stesso l’incertezza identitaria recata con sé dall’apertura alla vita adulta. In tal senso, è particolarmente emblematico un brano come “B A NoBody”, non a caso collocato al principio del lavoro, subito dopo un intro strumentale di un minuto, che con la sua sognante ingenuità declina il tema tra sospensioni e crescendo decisi: “I am trapped between the main blanket and new sheets/ We’ll never amount to anything/ C’mon c’mon/ Be just like me/ C’mon c’mon/ Be a nobody”.

La perenne ricerca di un difficile equilibrio personale ed emotivo permea “Before We Forgot How To Dream”, rispecchiata tra la semplicità delle canzoni scritte dalla Monds-Watson su semplici accordi acustici o note pianistiche e il desiderio di rivestirne le melodie di interpretazioni evocative e di soluzioni d’arrangiamento che includono aperture orchestrali, ritmiche e incantate stratificazioni di tastiere. Solo in un paio di occasioni (“Sea Creatures”, “Hailstones Don’t Hurt”) l’involucro prende un po’ il sopravvento sul contenuto dei brani, con scie sintetiche e ritmiche troppo decise per le filigrane armoniche della giovane nordirlandese.

Fragile e decisa al tempo stesso, Bridie Monds-Watson modula la propria voce a inarcarsi sulla disarmante semplicità acustica di “Blud” e “Reckless Behaviour”, a rifinire di acuti echi nordici il soffuso camerismo di “Wait” e le dilatate sospensioni tra rade note pianistiche di “Shuvels”. Le sue interpretazioni si dimostrano già così sicure da essere in grado di riempire di sé per intero canzoni di un romanticismo agrodolce, mai stucchevole, che aleggiano su rifrazioni vaporose e lente linee melodiche sulle quali la voce rimane quasi da sola (si veda la splendida “24 Windowed House”), con tutta la sua espressività che fa ripensare all’Anja Plaschg meno drammatica o al recente vigore pop di Adna Kadic.

Le canzoni di “Before We Forgot How To Dream” risultano così al tempo stesso sognanti e saldamente ancorate alla realtà e alla consapevolezza di quanto prezioso sia lo spirito dal quale sono scaturite, uno spirito che Bridie Monds-Watson conserva e non teme di mettere in mostra, non semplicemente seguendo la scia di tanti nomi affermati quali Daughter, Beach House e persino Sigur Rós (nelle sfumate torsioni elettriche della conclusiva “Oh Brother”), ma trovando una propria “voce” già matura e definita. Con ogni probabilità, “Before We Forgot How To Dream” segna la nascita di una stella.

*disco della settimana dal 1° al 7 giugno 2015

http://www.soakmusic.co.uk/

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