music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

yorkston_thorne_khan_everything_sacredYORKSTON/THORNE/KHAN – Everything Sacred
(Domino, 2016)

Ormai da tempo James Yorkston dimostra di non essere soltanto un cantautore folk sensibili e meritatamente apprezzato, ma anche un artista interessato a esplorare mondi espressivi diversi da quello di primaria appartenenza. Basti pensare, da ultimo, alla produzione da parte di Alexis Taylor degli Hot Chip e alla collaborazione di KT Tunstall al suo ultimo lavoro solista, lo splendido “The Cellardyke Recording And Wassailing Society” (2014).

Nel frattempo, il songwriter scozzese ha coltivato un altro ambizioso progetto, originato da un fortuito incontro con il suonatore di sarangi indiano Suhail Yusuf Khan risalente al 2011. I due avevano avuto occasione di suonare insieme in maniera estemporanea, tanto da ripetere l’esperienza allargandola ad altri musicisti a loro volta dalle estrazioni musicali diverse, segnatamente il contrabbassista jazz Jon Thorne e la cantante irlandese Lisa O’Neill.

I frutti di questa singolare collaborazione vedono ora la luce sotto forma delle otto tracce di “Everything Sacred”, sintesi ideale di un sincretismo di culture, prima ancora che di linguaggi musicali, al cui interno possono tuttavia cogliersi le personalità degli artisti coinvolti. Si tratta di una sintesi dai preponderanti contenuti folk, nell’accezione più ampia del termine, resa tale da un lato dalla personalità di Yorkston e dall’altro della peculiarità dei contenuti indiani del lavoro. Questi ultimi ne plasmano inevitabilmente la fisionomia, in maniera talvolta fin troppo invasiva, come nel caso dei tredici minuti dello strumentale d’apertura “Knochentanz”, dominato dagli speziati arabeschi acustici di Khan, con i quali nella seconda parte del brano dialoga il picking di Yorkston, a sua volta ammantato di accenti rituali e non alieno da un certo compiacimento virtuosistico.

A tale impegnativo manifesto della singolare collaborazione segue invece una serie di brani che combinano in maniera più equilibrata i vari elementi della collaborazione, con la title track e “Sufi Song” che appaiono traslitterazioni sorprendentemente naturali di ballate folk “occidentali” in suoni e timbri asiatici più o meno prominenti e passaggi invece decisamente più orientati alla tradizione britannica (“Little Black Buzzer” e “Song For Thirza”), fino alla solitaria essenzialità di quella “Broken Wave Blues” versione se possibile ancora più scarna e intima rispetto alla “Broken Wave” compresa nell’ultimo disco di James Yorkston.

Con tale unica eccezione, “Everything Sacred” resta qualcosa di senz’altro alieno rispetto all’abituale registro del songwriter scozzese, che tuttavia in questo contesto conferma la propria classe cantautorale e la volontà di cimentarsi in avventure artistiche singolari, gettando ponti tra stili e culture lontanissime ma accomunate da una percezione quasi sacra dei rispettivi linguaggi tradizionali popolari.

http://yorkstonthornekhan.com/

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Un commento su “

  1. giadep
    15 gennaio 2016

    Yorkston è sempre sorprendente, sì

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