music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

LULUC – Sculptor
(Sub Pop, 2018)

Il delizioso secondo album “Passerby” (2014) ha elevato una volta per tutte il duo australiano Luluc su una scala di diffusione delle proprie opere ben più vasta di quella originaria di sotterraneo culto appannaggio di acuti ricercatori di perle di essenziale delicatezza folk. Com’era naturale, la pubblicazione di quel lavoro da parte di Sub Pop ha dischiuso a Zoë Randell e Steve Hassett orizzonti di collaborazioni e contatti con numerosi altri artisti indipendenti di prima grandezza, sulla scia dell’apprezzamento già dimostrato per la loro musica da parte di Aaron Dessner, che non a caso compare tra i numerosi “ospiti” del nuovo “Sculptor”, tra i quali non possono non spiccare i nomi di J. Mascis e di Jim White (Dirty Three).

Non si tratta tuttavia di un lavoro che vive di luce riflessa, né frutto di una vera e propria proiezione in una dimensione espressiva significativamente diversa da quella da sempre apprezzata da parte del duo australiano, bensì del nuovo momentaneo approdo di un processo evolutivo ben lungi dallo sconfessarne l’incantato minimalismo di fondo. Certo, pur costituendo ancora la struttura principale delle canzoni, la soffice voce di Zoë e l’ovattato picking di Steve non sono più gli unici protagonisti di “Sculptor”, ma nei suoi dieci brani convivono con un’attenzione mai così pronunciata per i loro aspetti dinamici e con arrangiamenti più ricchi e ariosi, nei quali si avvicendano fiati, chitarra elettrica, organi e persino esili strati sintetici.

Se è vero che, in particolare nella prima parte del lavoro, l’accento posto sul loro impianto strumentale sovrasta talora la consolidata essenzialità del duo (“Spring” e il finale di “Heist”), è anche vero che la sua ricerca di strade nuove lo conduce a confezionare sorprendenti scambi slow-core (“Kids” e la title track di chiusura) e a impreziosire di un’aggraziata patina chamber-folk le setose armonizzazioni di Zoë Randell (“Cambridge”, “Genius”). Nel rinnovato contesto, queste ultime finiscono tuttavia per brillare in tutta la loro fragile purezza quando si ritrovano in placidi saggi di intimismo acustico (“Controversy”, “Moon Girl”), nei quali torna a manifestarsi l’essenza espressiva più profonda dei Luluc, che anche ricercando soluzioni più varie si mantiene in una confortevole penombra.

http://www.lulucmusic.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 18 luglio 2018 da in recensioni 2018 con tag , , , , , , , , .
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