music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

ALDOUS HARDING – Designer
(4AD, 2019)*

Hannah “Aldous” Harding non è certo più la ragazza imbronciata il cui strano sguardo campeggiava sulla copertina del suo primo disco omonimo, così come il folk essenziale, polveroso ed evocativo di quel disco non rappresenta più il suo unico campo d’elezione. Nei cinque anni trascorsi da quell’esordio – che evidentemente ha impressionato non soltanto i cultori del folk al femminile – l’artista neozelandese ha spiccato il volo, dalla sua remota cittadina agli antipodi e dalla locale etichetta che pubblicò il lavoro a diffusi riconoscimenti internazionali, produzioni professionali e il supporto di un’etichetta di prim’ordine quale la prestigiosa 4AD. È la stessa che, dopo aver pubblicato il precedente “Party” (2017), licenzia anche il terzo disco di Hannah, della quale il successo (seppur a livello indipendente) e l’apertura a soluzioni sonore e interpretative più inclini al pop, non hanno intaccato affatto lo spirito stravagante e la voglia di cimentarsi con linguaggi e situazioni realizzative sempre nuove e mutevoli.

È appunto questa filosofia creativa, unita a una personalità artistica decisamente fuori dal comune, a costituire la base del suo terzo album “Designer”, nuovamente prodotto da John Parish e registrato in Inghilterra con il supporto di una stabile band formata da Huw Evans (H. Hawkline), Stephen Black (Sweet Baboo), dal batterista Gwion Llewelyn e dalla violinista Clare Mactaggart. Con simili premesse e in considerazione della decisa maturazione interpretativa di Hannah, sembrerebbe appunto che le sue origini folk siano sempre più diluite in un contesto di arrangiamenti ricercati e tecnicamente inappuntabili.

Eppure, praticamente in tutti i nove brani di “Designer” capita di trovare riferimenti al percorso formativo dell’artista australiana, talora sotto forma di minuti cammei o di semplici parentesi acustiche, che incorniciano canzoni il cui fulcro centrale è invece orientato a una formato pop d’autore di ariosa eleganza.

Lo stesso approccio con i brani che hanno anticipato l’uscita dell’album, “The Barrel” e “Fixture Picture”, tende a far focalizzare l’attenzione sulla cura degli arrangiamenti e sull’apparente levigatezza dello melodie; lo stesso dicasi alla scoperta di una sequenza di ulteriori potenziali “singoli” radiofonici (la title track, “Zoo Eyes” e “Treasure”). Basta però approfondire l’ascolto dei brani con un minimo di attenzione per scoprire una varietà di registri interpretativi e vocali, che vanno di pari passo con soluzioni sonore ora orientate a un’orchestralità vintage, ora declinate in ricorrenti uptempo, che spaziano da una stralunata psichedelia a vaghe sfumature soul, ma anche in ballate più umbratili che, in particolare nella seconda parte del lavoro (“Damn”, “Heaven Is Empty”), tornano a mettere in mostra il carattere fondamentalmente inquieto e umbratile di Hannah.

Nessuna edulcorazione, dunque, assiste il percorso evolutivo della musicista neozelandese, la cui consapevolezza espressiva traspare in “Designer” in misura maggiore rispetto al predecessore, sotto forma di una eccelsa fluidità di scrittura, che non smentisce una personalità camaleontica, non priva di qualche bizzarria. Il comune denominatore di Aldous Harding sembra dunque ogni volta quello di essere stralunata e fuori dal tempo, secondo modalità sempre diverse, che ne fanno brillare la classe cristallina in un contesto pop, nel quale coesistono alla perfezione ricercatezza e autenticità.

(disco della settimana dal 29 aprile al 5 maggio 2019)


http://www.aldousharding.com/

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Un commento su “

  1. giadep
    29 aprile 2019

    Brava!

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Questa voce è stata pubblicata il 29 aprile 2019 da in recensioni 2019 con tag , , , , , , , , , .
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