music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

ALDOUS HARDING – Party
(4AD, 2017)*

In principio era il folk, per Hannah ‘Aldous’ Harding, talento cristallino materializzatosi dalla remota Nuova Zelanda nel 2014; da allora, il suo omonimo album di debutto, pubblicato per una piccola etichetta locale, dopo aver dapprima impressionato pochi attenti cultori del folk al femminile, ha cominciato ben presto insieme a lei un giro del mondo che la ha proiettata verso importanti riconoscimenti, non circoscritti alla sola sotterranea sfera folk.

Non a caso, dunque, il secondo lavoro della Harding è assistito da premesse realizzative ben diverse rispetto al suo abbagliante esordio, a cominciare dalla pubblicazione da parte della prestigiosa 4AD e dalla produzione da parte di John Parish che ha registrato a Bristol i nove brani che formano “Party”. Il tocco di Parish e la sua duttilità nell’applicare soluzioni sonore molteplici contribuisce senz’altro a valorizzare la già sfaccettata personalità dell’artista neozelandese, a sua volta tanto spiccata da affrancarsi dal solo perimetro del folk, che pure rimane presente, più o meno sullo sfondo di tutti i nuovi brani, in particolare di quelli più piani e soffusi, cantati in un inedito sottovoce (“I’m So Sorry”, “The World Is Looking For You”).

All’estremo opposto di un disco che senza cesure apparenti passa appunto attraverso una varietà di registri possono collocarsi le vivaci pulsazioni dell’iniziale “Blend” e l’intensa ballata pianistica “Horizon”, nella quale la voce della Harding alterna discese e impennate improvvise come una Kate Bush al tempo stesso elegante e nervosa. Nel mezzo, “Party” è popolato da spunti di una grazia che sa di antico, filtrata da un carattere del tutto originale, che alterna un piglio giocosamente deciso (“Imagining My Man”), ad atmosfere dense di tensione straniante (“What If Birds Aren’t Singing They’re Screaming”) a una naturale evocatività interpretativa che si inarca negli alti prorompenti della title track, ovvero sprofonda nelle tenebre vellutate della conclusiva “Swell Does The Skull”.

Quale che sia la veste indossata, da musa suadente o misteriosa incantatrice, e quali che siano i corollari sonori delle sue canzoni (acustiche, moderatamente orchestrali e persino venate dall’elettronica), l’ampio spettro espressivo di Aldous Harding vi si applica ogni volta con una naturalezza tale non da diluirne la personalità, anzi da rivelarne i tratti complessi e proprio per questo ricchi di un fascino vibrante e del tutto fuori dall’ordinario.

*disco della settimana dal 15 al 21 maggio 2017

http://www.aldousharding.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 15 maggio 2017 da in recensioni 2017 con tag , , , , , , , .
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