music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

BILL CALLAHAN – Shepherd In A Sheepskin Vest
(Drag City, 2019)*

Il tempo passa inesorabile, anche per i giovani cantori dolenti degli anni Novanta. Mutano le condizioni di vita, i tempi creativi, le fonti di ispirazione e, di conseguenza, anche tempi e forme d’espressione. I cambiamenti possono tuttavia assumere segno diverso. Mentre, ad esempio, Mark Kozelek si abbandona con frequenza ormai difficilmente sostenibile a elucubrazioni torrenziali e spesso scomposte, Bill Callahan ha invece scelto la calma di un inedito silenzio, lungo i ben sei anni trascorsi dal precedente “Dream River“, prima di tornare a prendere in mano penna e chitarra, secondo modalità non dissimili da quelle consolidate in una carriera quasi trentennale, per condividere le compassate riflessioni della sua vita adulta, di un ordinario quotidiano familiare, che diventa straordinario attraverso la sua sensibilità nel coglierne l’essenza.

Di questo raccontano principalmente le ben venti tracce, suddivise in tre parti, di “Shepherd In A Sheepskin Vest”, che trasudano di immediatezza e calore casalingo. Affiancato solo dai contributi strumentali di Brian Beattie e dalla chitarra di Matt Kinsey, Callahan dispiega il suo crooning sempre più vellutato e pastoso, che incornicia con consumata classe quadretti apparentemente semplici di amore familiare e riflessioni su una ritrovata vena di scrittura. Ne è scaturita una composita galleria di canzoni che, nonostante la durata complessiva dell’album superi di poco l’ora, si sviluppa con la placida leggerezza di un diario di vita scritto con la consapevolezza di dover gestire i propri tempi creativi in coerenza con la spontaneità di un’ispirazione non più tumultuosa ma lucidamente distillata dalla maturità.

Eppure, lungo i solchi di “Shepherd In A Sheepskin Vest” si ritrovano temi e tratti abituali della poetica di Callahan, tornata naturalmente ai propri livelli più elevati, tanto da riecheggiare spesso apici del passato. Se è infatti vero che alcuni brani riecheggiano inevitabilmente passaggi passati della discografia del cantautore di Silver Springs (una “Morning Is My Grandmother” sarebbe potuta essere collocata coerentemente in “A River Ain’t Too Much To Love”, mentre il folk esplicito di “Lonesome Valley” rimanda al periodo di “Sometimes We Were An Eagle“), non per questo il lavoro vive affatto nel passato, anzi si dimostra compiuta testimonianza odierna di un artista che per tornare alla scrittura ha aspettato di ritrovare la scintilla creativa, di sentirsi a proprio agio nei panni di cantautore adulto, dalla poetica cristallina.

*disco della settimana dal 17 al 23 giugno 2019

https://www.dragcity.com/artists/bill-callahan

Un commento su “

  1. giadep
    18 giugno 2019

    evviva*

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: