music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

DRAB CITY – Good Songs For Bad People
(Bella Union, 2020)*

Curiosa la storia e decisamente particolare il modo di presentarsi di quello che viene a tutti gli effetti introdotto come debutto del “misterioso” duo Drab City. In realtà, facendo qualche ricerca, in maniera nemmeno troppo agevole si scopre che dietro tale denominazione, effettivamente inedita, si cela intanto il produttore californiano Christopher Dexter Greenspan, finora attivo in ambito witch house/chillwave sotto l’alias oOoOO. Greenspan ha trascorso qualche anno su un’isola turca, dove ha co-fondato l’etichetta Nihjgt Feelings, sulla quale due anni fa ha pubblicato un lavoro a quattro mani con Asia, cantautrice e vocalist (verosimilmente originaria della zona), dall’inequivoco alias Islamiq Grrrls. Quel lavoro, intitolato “Faminine Mystique”, gettava di fatto le basi di una collaborazione che tuttavia in quel momento si presentava in maniera ancora piuttosto disorganica, un processo di avvicinamento tra universi distanti (non a caso i brani erano loro accreditati separatamente e solo in due interagivano sotto forma di featuring).

La transizione a duo vero e proprio non appare dunque soltanto esteriore, bensì contrassegna in maniera simbolica una comunione d’intenti che caratterizza il progetto nel suo complesso, quale compiuta commistione tra linguaggi musicali diversi, accomunati dalla loro collocazione in zone di marginalità geografica, stilistica e sociale. In questi termini almeno si pone il duo nei testi e dal punto di vista estetico, sapientemente veicolato dal signing con la Bella Union del sempre acuto Simon Raymonde, che nei mesi che hanno preceduto la pubblicazione di “Good Songs For Bad People” lo ha anticipato con tre singoli e altrettanti video, che calcavano l’accento su un immaginario alienato e alienante, popolato da caratteri tanto apparentemente opachi da scomparire quasi nelle periferie della città incolore non a caso elevata a sigla identificativa del duo.

Ai margini, appunto, si muovono gran parte delle “bad people” che popolano le sue canzoni, artefici di traffici più o meno loschi ed elementi di una varia umanità di drop out che si avvicendano in canzoni che, come appunto i loro protagonisti, mutano incessantemente sonorità e abiti di scena. A indossarli, imprimendo una forte personalità femminile ai brani che formano il lavoro, è soprattutto Asia, la cui scarna poetica racconta di volta in volta di donne delle pulizie e ragazze ordinariamente fatali, da lei impersonate con la stessa naturalezza con la quale, non senza una certa autoironia, nei video dei singoli si mostra con trucchi pesanti, ginocchia sbucciate e acconciature colorate.

Ma dunque, cosa c’è in Drab City al di là di un’estetica studiata e di un messaggio di nemmeno troppo velato disagio sociale? Nel suo precario equilibrio, la musica del duo ne rispecchia fedelmente l’atteggiamento esteriore, al quale è accomunata da uno spessore creativo non dissimile da quello narrativo, entrambi ben distanti dalle insipidezze dell’universo “indie” di questi anni. Per quanto “Good Songs For Bad People“ sia senz’altro da collocare al suo interno, la proposta musicale in esso contenuta vi risulta del tutto eccentrica, in maniera che appare decisamente spontanea, tali e tante sono le intersezioni di stili, sensazioni e linguaggi condensate nelle otto canzoni e nei due brevi strumentali (l’intro e un interludio di nemmeno un minuto) che ne formano l’agile scaletta.

A voler ricercare un filo conduttore del lavoro, lo si potrebbe individuare nel senso di straniamento che ne caratterizza la mezz’ora di durata, in superficie quasi schizofrenica: oriente e occidente, centro e periferie, sogno e tenebre, elettronica e frammenti acustici, colonne sonore retrò e cadenze urbane contemporanee si ricombinano senza sosta, dando luogo a incastri spesso eterodossi. Mentre le basi di Greenspan spaziano con disinvoltura da una chitarra jazzy a serrati ritmi funk, da pulsazioni di drum machine a eterei strati di tastiere, decisivi per la fisionomia del duo sono i testi e le interpretazioni di Asia, tormentata “Troubled Girl“ e misteriosa “Devil Doll“, ma anche chanteuse sorprendentemente a proprio agio anche tra i velluti sixties di “Just Me And You“ e nel sognante retro-futurismo analogico della conclusiva “Standing Where You Left Me“, che quasi fa balenare reminiscenze Stereolab. Innumerevoli, e mai identificabili in maniera univoca, sono i possibili riferimenti letteralmente centrifugati nella musica dei Drab City, che in ogni brano, in ogni passaggio strumentale scompagina, destabilizza e smentisce quanto soltanto un minuto prima poteva sembrare messo a fuoco.

Forse soprattutto per alcune rallentate cadenze notturne, quella di “Good Songs For Bad People“ potrebbe essere una rideclinazione del trip-hop – e più in generale dell’inquieto fervore artistico della Bristol dei primi Novanta – ai tempi dell’odierno mondo frammentato e smarrito, descritto attraverso le tematiche e i contesti sociali richiamati dai loro brani, eppure al tempo stesso esorcizzato da atmosfere che improvvisamente si fanno dolcemente sognanti, come per proiettar(si) in un altrove lontano. Tutto ciò è proposto dal duo Drab City senza particolari sofisticazioni, con leggerezza e soprattutto senza prendersi troppo sul serio, a cominciare appunto dal modo di presentarsi e dalle tante piccole stravaganze che all’improvviso affiorano, a volte come apparenti interferenze, nei loro brani, che si tratti di uno zufolo di flauto o di qualche funambolico detrito elettronico.

Raramente negli ultimi tempi un debutto “indie” ha saputo offrire tanti diversi spunti e richiamare l’attenzione per la sua capacità di rifuggire il conformismo ormai troppo spesso connaturato a quell’ambito. “Good Songs For Bad People“ ci riesce in scioltezza, ammaliando e incuriosendo, divertendo e facendo riflettere, ma soprattutto mettendo in crisi paradigmi e definizioni di genere, superate di slancio dalle sue rappresentazioni dalle mille sfaccettature, e proprio per questo pienamente credibili, di un presente sempre più complesso e incerto.

*disco della settimana dall’8 al 14 giugno 2020

(pubblicato su Rockerilla n. 478, giugno 2020)


https://www.drabcity.com/

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