music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: CELER

Con svariate decine di album all’attivo, Will Thomas Long è tra i più prolifici interpreti della musica ambient-drone degli ultimi anni. Scopriamo attraverso le sue parole i profondi significati sottesi ai dischi pubblicati a nome Celer, alle recenti collaborazioni e ai progetti futuri di un artista dalla sensibilità e dal percorso umano fuori dal comune.

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Come ti sei avvicinato alla musica ambient e quali potenzialità vi hai scoperto?
Il mio interesse per la musica ambient si è originato in due modi differenti. Innanzitutto, ho sempre amato i film e le loro colonne sonore, da quando ero piccolo fino a quando ho studiato cinema al college. Essendo è stato importante, per me, crescere negli anni ’80, quando sono avvenute molte cose importati dal punto di vista musicale, che mi hanno colpito molto da bambino. Il lato più elettronico del mio interesse è stato suscitato da un amico che negli anni ’90 era impegnato nella scena dei rave, frequentandoli quasi ogni fine settimana per trovare sempre nuovi act elettronici. In particolare fui attratto da qualcosa che chiamavamo “trance”, ma che in realtà era piuttosto un fraintendimento della minimal techno.
Nel fare musica, non mi sono prefisso chiaramente di fare ambient music, ma avevo semplicemente un’idea di come volessi che suonasse. Persino adesso quando mi accingo a comporre non penso “sto per fare qualcosa di ambient”, soltanto finisce per venir fuori qualcosa di quel tipo. Anche se io stesso considero gran parte della mia musica come ambient, la sua finalità è diversa rispetto a quella dell’abituale definizione di ambient music, legata a musica da sottofondo, che non richiede particolare attenzione nell’ascolto. Talvolta questo è vero, ma provo a definirla ambient music esclusivamente in base alla qualità e allo stile del suono. Per me conta di più quello che significa per me da un punto di vista personale e l’ispirazione che esprime nei dettagli del suono. Quel che più mi piace dei loop non è perdermi nella ripetizione né utilizzarli come sottofondo, ma ascoltarli attentamente, farli diventare familiari per poi scoprire un suono nuovo in un passaggio diverso. È sempre un’esperienza di crescita, di apprendimento, un esercizio di memoria della fonte da cui un certo ricordo è scaturito.

La tua prolificità è probabilmente unica, ma quasi tutti gli artisti operanti in territori ambient-drone presentano produzioni copiose. Da cosa nasce la tua urgenza espressiva?
Sono abituato a lavorare sulla musica in maniera molto rapida, per mantenerla fresca, perché la spontaneità dei suoni significa molto per me. Se lavoro su un suono troppo a lungo, quello spirito svanisce e non riesco più a trovarci nulla di buono. Una volta compreso troppo bene, non è più interessante, così cerco mantenere il processo di composizione il più breve possibile. Di solito creo un ampio campionario di materiale sonoro a partire da esecuzioni casuali, dopo di che lo suddivido in numerosi progetti a seconda del tema o degli strumenti, infine unisco le varie parti. Quando concludo un album lo conosco bene, per cui l’attesa fino alla pubblicazione è un utile intervallo che mi permette di riascoltarlo, poi, in maniera diversa.
L’urgenza espressiva è difficile da spiegare, è qualcosa che io stesso non credo di conoscere. È solo qualcosa che mi guida a dover sempre fare qualcosa; se non si tratta della musica, devo comunque fare qualcos’altro. Non si tratta tanto di una sensazione o di un comportamento maniacale, quanto piuttosto di una pulsione interna ad essere sempre creativo e produttivo in qualche modo.

In generale, ritieni che la maggiore mole di produzioni da parte di chi fa questo tipo di musica dipenda dal fatto che sia più “facile” da concepire e realizzare rispetto, ad esempio, a un disco di “canzoni”?
In parte lo è e in parte no. Rifletto spesso sulla questione per cui molta musica sperimentale non dovrebbe essere comparata ad altri tipi di musica. Ad esempio, un loop di un’ora, anche se riempie un intero album, per me è come se fosse una sola canzone; in questo modo la si potrebbe mettere in relazione con un normale canzone di quattro minuti di una rock band, che forse ha impiegato lo stesso tempo per realizzarla, ma solo perché la traccia sperimentale è lunga, questo la qualifica come un album.
Ovviamente non è sempre così, poiché molta musica sperimentale richiede un’incredibile mole di lavoro e non meno tempo rispetto ad altri generi. Forse dipende anche dal fatto che la maggior parte degli artisti sperimentali sono indipendenti e non legati a etichette major e quindi hanno la libertà di fare e pubblicare tutto quel che gli pare. Dipende davvero tutto dalle singole persone e da quanto tempo impiegano a lavorare sulla loro musica.

Quali ispirazioni presiedono ai tuoi dischi? Quale ruolo rivestono i field recordings e che processo segui per farli diventare parte della tua musica?
Quasi sempre i miei dischi provengono da ricordi di esperienze, non importa quanto comuni, recenti o vecchie, che tento di associare con la musica in maniera che mi sembri ad esse coerenti. Può trattarsi di qualcosa avvenuto lo stesso giorno o anni prima, ma deve sempre possedere qualche connessione, poiché ritengo insignificante una musica priva di una simile finalità. Allo stesso tempo, utilizzare la propria immaginazione e creare attraverso la musica delle storie che discendono dalle proprie emozioni è qualcosa di veramente affascinante. È come girare un film…privo solo della componente visuale.
I field recordings sono presenti nella mia musica, ma non sempre e comunque in forma molto grezza e non accademica. Tipicamente, rendono conto di circostanze di tempo e spazio, non preordinate, senza ulteriori finalità che quelle di cristallizzare un certo momento nel tempo. Utilizzo samples e field recordings con la stessa frequenza, solitamente fondendoli per creare linee narrative alternative da associare alla musica, oppure semplicemente in funzione di interludi. Il significato da loro prodotto risulta dunque spesso differente rispetto a quello della loro essenza originaria, ma è proprio questo che li rende così interessanti.

Quali strumenti e attrezzature utilizzi per comporre e registrare la tua musica?
Quasi ogni album è realizzato con un diverso impianto di strumenti e di materiale d’origine, mentre solo le componenti di base restano solitamente le stesse. Per un lungo periodo, per le registrazioni ho impiegato innanzitutto dei nastri, anche se quasi sempre con economici registratori reel-to-reel di seconda mano. Qualche volta utilizzo dei software, ma sempre liberi, open-source. Anche se di recente ho utilizzato alcuni vecchi strumenti degli anni ’70 e ’80 ed è stato molto divertente, in una maniera molto regressiva, ma direi “pura”.

Ci sono artisti con i quali senti di avere delle affinità?
Sento un forte legame con mia moglie Miko, della quale apprezzavo molto la musica ancor prima di conoscerla. Lavoriamo in modo simile e suonare insieme ci diverte, comunicandoci una sensazione di estrema libertà. Altri artisti ai quali mi sento vicino sono Machinefabriek, col quale sono stato in tour in Europa, raggiungendo con lui un’imprevedibile alchimia dal vivo. Hakobune è un mio caro amico e anche se il nostro modo di fare musica è differente, mi piace sempre suonare ed esibirmi con lui. Poi, Terre Thaemlitz è un altro caro amico che vive nei dintorni di Tokyo ed è un artista che ho ascoltato e apprezzato da anni; scandagliando con lui i negozi di elettronica di seconda mano si trae sempre grande ispirazione.
Vivere a Tokyo mi piace molto, anche perché mi permette di essere vicino a molti altri artisti. Quando la cerchia delle tue frequentazioni abituali è formata da artisti e musicisti, sei circondato da numerose fonti di ispirazione e la creatività guida il gruppo. A volte possono esserci più musicisti che semplici ascoltatori, ma la cosa positiva è essere sempre circondati da amici.

Hai pubblicato dischi per tante etichette diverse, tra le quali anche la romana Glacial Movements: come ti capita di stabilire i contatti?
Di solito c’è una sorta di collegamento, raramente nato solo da un freddo scambio di email, anche se a volte capita. A dire il vero ogni situazione è diversa, e sempre sorprendente. Nei primi anni i collegamenti nascevano perché mandavo in giro la mia musica alle etichette. Alcune volte ha funzionato, la maggior parte, purtroppo, no. Negli ultimi anni invece ho pubblicato dischi grazie solo esclusivamente a connessioni già esistenti, o inviti da parte di etichette che magari non conoscevo prima. Quest’ultima situazione funziona con risultati alterni. Comunque, cerco di dare sempre una possibilità a tutte le etichette che mostrano entusiasmo per lavorare con me. Dobbiamo sempre aiutarci a vicenda.

C’è qualcuno dei tuoi dischi al quale ti senti particolarmente legato?
Ci sono molti album che sono molto importanti per me, ma se dovessi sceglierne uno sarebbe “Tightrope”. Ho registrato questo album in un periodo di enormi cambiamenti nella mia vita. Avevo da poco lasciato la California dove avevo vissuto con Danielle per diversi anni, per tornare nella mia casa di famiglia. È stato un anno difficile: ero di nuovo da solo, senza un lavoro stabile, cercando di vivere solo di musica e arte, e prendendomi cura della mia famiglia. Poi mi è capitato di andare in Giappone per un tour con Yui Onodera: è stata talmente una grande esperienza che ho deciso di trasferirmi lì. Durante il viaggio ho anche conosciuto la mia futura moglie Miko per la prima volta. Quando sono tornato a casa ho finito la musica per “Tightrope” che avevo iniziato prima del viaggio. È stato uno dei primi album che ho completato con materiale completamente nuovo, con una nuova prospettiva e il futuro davanti a me. La copertina è una foto di Miko che ho scattato in un giorno in cui siamo andati sulle colline intorno al Monte Fuji. È anche per questo che il disco è particolarmente speciale per me. Comunque tutti i miei dischi hanno un senso e un significato speciale per me. Senza questo, sarebbero inutili.

Di recente hai intrapreso nuove collaborazioni, quella dei singoli con Machinefabriek lo scorso anno e il nuovo progetto Oh, Yoko: c’è qualcosa oltre Celer nel tuo futuro?
La serie di 7 ” e il tour con Machinefabriek sono stati una grande esperienza. Ci siamo influenzati a vicenda, ed è stato molto divertente. Anche se la serie di 7 ” è finita, abbiamo in programma di pubblicare un album che abbiamo registrato in una fattoria nei Paesi Bassi durante il tour, con Romke e Jan Kleefstra.
Oh, Yoko è un progetto molto diverso per me, intrapreso con mia moglie Miko. Per Oh, Yoko abbiamo voluto fondere i due stili insieme, ma allo stesso tempo utilizzare le competenze che abbiamo imparato ognuno dei due per il proprio stile di musica, per creare qualcosa di completamente nuovo per tutti e due. Abbiamo lavorato sul nostro album di debutto, e credo che siamo riusciti a creare qualcosa di unico, una nuova direzione per entrambi.
il 2013 vedrà anche il debutto degli Hollywood Dream Trip, il mio nuovo progetto insieme a Christoph Heemann. Il nostro debutto uscirà su Streamline in primavera, e saremo anche in tour in Europa nel mese di marzo. Ho incontrato Christoph diversi anni fa, quando è venuto negli Stati Uniti, prima che mi trasferissi in Giappone, e mentre stavo lavorando ad un disco di Celer per la Streamline. Sono molto entusiasta di lavorare con Christoph: è un artista che ha avuto una notevole influenza sulla mia musica, da prima che iniziassi a registrare.
Penso che il 2013 sarà ancora un anno molto ricco di nuovi album di Celer, ma accadranno anche cose inaspettate! Ci sarà anche il debutto di un altro progetto solista sotto il nome di Telemetro, dove ho utilizzato solo classici sintetizzatori e sequencer. Ho iniziato nel 2011 con una direzione opposta a quella di Celer: non ci sono drones, ma vecchi sintetizzatori e sequencer degli anni 80 con i quali ho creato brevi brani nati sotto il segno dell’umorismo, dell’immaginazione più legata ai ricordi dell’infanzia, e dell’indipendenza creativa.

Come descriveresti, in sintesi, il significato e la finalità – umana e artistica – della tua musica?
Vorrei che la gente ascoltando la mia musica sentisse una connessione a qualcosa, a un ricordo, un momento o un luogo, una persona o una cosa. Per me tutta la musica ha il suo significato legandosi ad un tempo o un luogo, o un ricordo del passato. È sempre la base per la creazione anche se quando il lavoro è completato, i risultati si aprono a molte nuove direzioni, a connessioni che prima non c’erano.
Artisticamente, voglio fare del mio meglio per creare una musica che è importante per me, e che duri nel tempo. Ci sono particolari nella mia musica, che magari emergono solo attraverso una semplice foto di copertina. Alcune delle cose più semplici diventano le più facilmente dimenticabili, tuttavia rimangono le più importanti e durature, al di là delle tendenze in continua evoluzione e monouso che passano. Non ho l’ambizione di fare sempre dischi originali ma solo la musica giusta per me, per il mio tempo e la mia vita. È il mio diario, e quello in cui credo.

(in collaborazione con Roberto Mandolini; pubblicato su Rockerilla n. 390, febbraio 2013 – English version)

http://www.thesingularwe.org/celer/

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Questa voce è stata pubblicata il 5 marzo 2013 da in interviste con tag , , , , .
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