music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

pan_american_cloud_room_glass_roomPAN•AMERICAN – Cloud Room, Glass Room
(Kranky, 2013)

Ogni nuovo disco di Pan•American è circondato da un’aura di attesa quasi sacrale, la stessa che reca con sé la figura di Mark Nelson, protagonista ormai ultraventennale di esplorazioni dei recessi in penombra dell’anima. In occasione di “Cloud Room, Glass Room”, l’attesa è ancor più giustificata dal ritrovato sodalizio di Nelson con Robert Donne (Aix Em Klemm, Spokane), che non può non far balzare il pensiero ai tempi indimenticabili nei quali i due hanno lavorato insieme nei Labradford.

Le sette tracce del lavoro non costituiscono tuttavia per ciò solo un ritorno ai sicuri approdi del passato (né del resto per uno come Nelson sarebbe mai potuto essere così), benché in questo caso come mai negli ultimi anni il progetto Pan•American sia tornato ad abbracciare un’espressione analogica, come tale in parte opposta alle sperimentazioni elettroniche e più propriamente ambientali di dischi quali “White Bird Release” e soprattutto “For Waiting, For Chasing”. Il terzetto, completato dalla batteria di Steven Hess, torna così a incrociare controllate torsioni chitarristiche e compassate pulsazioni ritmiche, lasciandole spesso spoglie, quasi del tutto prive di ulteriori manipolazioni e filtraggi, com’è particolarmente evidente lungo i sette minuti di “Relays”, ipotetica interpretazione nelsoniana di una jam elettrica.

Inevitabilmente, echi dei Labradford si percepiscono tra le esili filigrane intessute dai tre musicisti, a partire dalle placide cadenze notturne dell’iniziale “The Cloud Room”; si tratta, tuttavia, più che di affinità nel risultato sonoro, di un piglio compositivo volto a creare atmosfere di controllata decompressione attraverso aperture armoniche circolari e pulsazioni analogiche morbidamente ipnotiche (“Fifth Avenue 1960”, “Glass Room At The Airport”).

Non mancano poi, soprattutto nella seconda parte del lavoro, ripiegamenti sperimentali sotto forma di oniriche traiettorie ambientali (“Project For An Apartment Building”) e flussi magmatici più densi e contorti, che in “Laurel South” lambiscono quasi il rumore, mentre nella conclusiva “Virginia Waveform” si abbandonano a nuovi intrecci elettrici, ai quali Steven Hess conferisce le sembianze di incandescenti decostruzioni jazz. Il suo esito allontana dunque “Cloud Room, Glass Room” tanto dalle premesse quanto dai terreni solcati nei primi brani, che ben restituiscono le composizioni di Mark Nelson alla loro essenza più notturna e avvolgente.

http://www.kranky.net/artists/panamerican.html

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Questa voce è stata pubblicata il 23 aprile 2013 da in recensioni 2013 con tag , , , , , , , .
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