music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: CAUGHT IN THE WAKE FOREVER

Che si tratti di canzoni introspettive o di sperimentazioni elettro-acustiche, l’arte di Fraser McGowan è sempre estremamente personale e densa di sentimento. L’artista scozzese ne racconta le premesse e le molteplici manifestazioni.
caughtinthewake_1Hai cominciato a fare musica nel duo Small Town Boredom, ma hai svolto attività artistica prima di allora? Come hai cominciato ad approcciarti alla musica?
Il percorso che mi ha condotto dove sono oggi è abbastanza strano. Ho imparato a suonare il pianoforte da abbastanza piccolo, più o meno a dieci anni, prendendo lezioni fino a quando ho avuto sedici anni. A diciassette ho cominciato a suonare la batteria in un band punk per qualche anno. Non mi sono mai visto come qualcuno realmente in grado di scrivere musica, non è mai stata un’opzione da considerare.
A vent’anni ho provato per la prima volta a suonare seriamente la chitarra, ma non mi ci sono appassionato tanto che non l’ho toccata per almeno due anni. In quel periodo ho comprato un registratore quattro piste e un vecchio synth e così ho cominciato a creare qualcosa di molto sperimentale, senza melodia, che ripensandoci non era un granché. Ho autoprodotto qualche cd verso la fine degli anni Novanta, sotto diverse denominazioni.
Small Town Boredom è arrivato dopo quel periodo, quando ho trovato in Colin Morrison un artista dalla sensibilità tanto affine alla mia che è stato facile fare musica con lui. Ma non mi sono sentito sulla strada giusta fino a quando non abbiamo registrato “Autumn Might Have Hope“.

In che modo il tuo lavoro come Caught In The Wake Forever differisce da quello in Small Town Boredom?
Caught In The Wake Forever è essenzialmente il mio progetto personale, col quale posso fare qualunque cosa mi passi per la testa. Con Small Town Boredom non era così perché mi preoccupavo molto di cosa un potenziale ascoltatore potesse desiderare e non ho mai veramente voluto discostarmi troppo dal suono originario del duo. Con Caught In The Wake Forever tutto ciò ha poca importanza, perché si tratta di un progetto molto entropico e rivolto innanzitutto alla mia personale soddisfazione. Penso che per me sarà così anche in futuro.

Caught In The Wake Forever è un alias particolarmente efficace, come lo hai scelto?
È tratto da un dialogo della serie televisiva “Nip Tuck”. Ho appuntato quell’espressione non appena l’ho ascoltato perché mi piaceva. Qualche anni più tardi, quando stavo pensando di intraprendere un nuovo progetto, mi è capitato di nuovo tra le mani quell’appunto. Per me rivestiva tanti diversi livelli di significato che non potevo fare a meno di utilizzarla.

Qual è la tua condizione ideale per scrivere musica? Che ruolo rivestono i sentimenti nel tuo processo di ispirazione?
Dipende dal tipo di musica che scrivo. I testi spesso si materializzano come in ondate, senza che nemmeno me li aspetti. Di solito li scrivo rapidamente sul telefono e poi torno a lavorarci sopra a pezzi quando capita. Può volerci molto, molto tempo. I miei testi sono solitamente abbastanza malinconici, ma cerco di non marcare questo loro carattere perché dipendono da una condizione nella quale non mi piace trovarmi troppo spesso. Per cui, quando i testi prendono forma non faccio altro che accoglierli, ma in caso contrario non cerco più di forzarli.
Quando compongo sulla mia chitarra classica, che si tratti di canzoni o brani strumentali, le idee mi vengono semplicemente mentre sono seduto sul divano a guardare la televisione. Anche in quel caso registro brevi demo sul mio telefono, perché altrimenti li dimenticherei molto rapidamente.
Invece i brani ambientali, che sono quelli che preferisco scrivere, traggono solitamente origine da improvvisazioni in studio su synth, field recordings ed effetti. È la condizione nella quale mi sento più a mio agio e riesco a esprimere meglio la mia creatività senza preconcetti, lascio solo che le cose prendano forma in maniera naturale. Si tratta di un’esperienza molto organica e di gran lunga del modo di procedere per me più gratificante.

Non hai mai nascosto lo stretto legame tra musica e dimensione umana: la tua produzione può dunque considerarsi una sorta di diario della tua vita?
Sì, è esattamente così. Ogni album o Ep è come un capitolo del diario della mia vita.

Dopo lo splendido “Against A Simple Wooden Cross” hai pubblicato alcuni Ep strumentali, prima di tornare alle canzoni in “My Family Goes On Without Me”: nel periodo intercorso tra questi due dischi eri alla ricerca di qualcosa di differente?
Non in particolare, perché sono sempre in cerca di quella pace e di quella serenità che ogni volta sembrano sfuggirmi. Ma quanto alla musica, il processo di formazioni delle canzoni è per me più complesso e faticoso rispetto a quello dei brani strumentali. Non credo che riuscirei a fare musica incentrata soltanto sulle canzoni, perché per me sarebbe troppo faticoso.

In che cosa differisce, nel dettaglio, il processo di creazione di canzoni e strumentali?
Scrivere canzoni è difficile, mi conduce in luoghi oscuri nei quali non mi voglio addentrare, perché su una canzone devo lavorare a lungo (alcune hanno richiesto anni per essere completate) e tornare ogni volta a rivisitare un momento difficile è qualcosa di gravoso, che svuota le mie energie. Invece è come se il lato più sperimentale del mio lavoro mi aiutasse a riprendermi dalla fatica delle canzoni e comunque entrambi gli aspetti non potrebbero esistere da soli se non ci fosse l’altro.

Mi è capitato di leggere un tuo post nel quale dicevi di voler sostituire le chitarre con i synth. Questa scelta inciderà in maniera significativa su quello che farai in futuro?
In realtà ho soltanto venduto una chitarra e comprato un sintetizzatore. Poi ho preso un’altra chitarra e ancora un altro synth, quindi non credo possa esserci un notevole mutamento nel mio suono. Di certo ci sarà sempre una naturale evoluzioni in quello che faccio. Mi interessa trovare sempre nuovi modi di bilanciare strumenti elettronici e acustici, cercando di spingere il mio suono oltre in ogni pubblicazione.

caughtinthewake_2Puoi spiegare il significato dei titoli dei titoli dei tuoi tre album?
Against A Simple Wooden Cross”: si riferisce a un anno molto difficile della mia vita. In quel momento mi sentivo come se stessi in qualche modo subendo una punizione per cose che si trovavano al di fuori del mio controllo ed è quello che ho cercato di rispecchiare in quel titolo.
My Family Goes On Without Me”: la maggior parte delle volte, i problemi di salute mentale possono provocare una sensazione di abbandono e di isolamento, soprattutto da parte delle persone più vicine, suscitando ansia e depressione. Quando ti nascondi e non ti relazione con le altre persone, senti la mancanza di questo contatto, che è un po’ come sentirsi lasciato indietro.
The Places Where I Worship You”: a volte il mondo è un ostacolo. Il lavoro può offuscare qualsiasi altra cosa. Quando tutte le distrazioni esterne sono spazzate via e tutto quel rumore di fondo svanisce, è più facile vedere le cose e le persone che sono davvero importanti.

Quale importanza hanno per te la famiglia e i valori personali?
In generale la mia famiglia rappresenta tutto per me. La mia compagna e il mio figlio piccolo sono le cose migliori che mi siano mai capitate e cerco di mantenere una chiara visione di ciò ogni giorno.

Hai deciso di donare tutti i ricavi della vendita di “Against A Simple Wooden Cross” a un’istituzione sociale: al di là di questa specifica donazione economica, ritieni che la musica possa davvero aiutare le persone?
Sono convinto che la musica abbia enormi potenzialità, purché ogni individuo vi si apra davvero. Per me ascoltare musica è una forma di terapia molto efficace e questo rappresenta il principale motivo per cui anni addietro mi sono indirizzato all’ambient. Non posso parlare per altri, ma su di me funziona molto bene.

Impieghi spesso loop e ripetizioni di note, che sono solitamente legate al concetto di “hauntologia”. Si tratta di un concetto che senti vicino alla tua idea di fare musica?
Non sono particolarmente appassionato di tutto quanto attiene alla “hauntologia”, mentre sono molto interessato alla ripetizione di esili trame sonore che inducano nell’ascoltatore uno stato di quiete. Si tratta qualcosa che provo a conseguire nella mia musica, soprattutto per me stesso perché lo trovo molto rilassante.

Per quanto contino le definizioni…come definiresti la tua musica?
Non saprei davvero da dove cominciare. Cerco semplicemente di creare musica sincera, che rappresenti come mi sento in un certo momento, una propaggine della mia personalità.

Ti interessi anche a forme d’arte diverse dalla musica?
Non moltissimo. Nel mio salotto ho qualche dipinto originale, anche se la maggior parte dei quadri che mi piacciono sono fuori dalla mia portata economica. Non sono nemmeno un gran lettore, non riesco a trovare la lettura divertente. Ammetto di impiegare molto del mio tempo libero guardando filmacci hollywoodiani e serie televisive, che è una delle cose che mi piacciono di più insieme alla musica.

Hai pubblicato “My Family Goes On Without Me” sulla tua nuova etichetta personale e ne hai realizzato anche un’edizione speciale a tiratura molto limitata. Quali sono state le ragioni di questa scelta? Ritieni vi sia ancora spazio, oggi, per le etichette discografiche e per i dischi fisici in generale?
Sono stato molto fortunato a pubblicare dischi per alcune splendide etichette indipendenti. Ho comunque sempre provato un certo senso di distacco rispetto alla pubblicazione dei dischi. Rispetto a un processo così personale come la creazione di un album, è strano metterlo a disposizione di qualcun altro che vi possa applicare il proprio punto di vista, lasciandolo nelle sue mani nel vero senso della parola. Credo la scelta dell’autoproduzione sia stata determinata dalla volontà di mantenere un maggiore controllo creativo e di rimanere più vicino al progetto di lavoro. È stata davvero una bella esperienza autoprodurre il disco, anche perché mi sono divertito parecchio a stampare, tagliare e incollare. E mi ha permesso anche di avere un contatto diretto con gli ascoltatori, che è stato molto gratificante.
Ci sono comunque anche degli aspetti negative di questo processo. Nel mio caso, non ho certamente potuto avere lo stesso esposizione che la produzione da parte di un’etichetta avrebbe potuto dare al disco, per cui è stato ampiamente trascurato dalla stampa e anche dalle testate online. C’è poi anche un certo pregiudizio nei confronti dell’autoproduzione, come per esempio che se un album non è su un’etichetta questo probabilmente discende dal fatto che non sia abbastanza valido.
Penso che nell’attuale industria discografica non vi sia ormai più spazio per le etichette, anche se il loro stesso ruolo sta continuamente cambiando. Mentre credo ve ne possa essere per il disco come oggetto, soprattutto per quelli in edizioni limitate e dalle confezioni e dagli aspetti estetici più curati.

Cosa pensi del modo in cui la musica si diffonde oggi sulla rete? Ritieni possa essere utile per un artista indipendente come te?
Sì, può essere di grande aiuto, perché offre la possibilità di raggiungere molto rapidamente gli ascoltatori in ogni parte del mondo. Però questo implica anche che vi siano tanti altri artisti che sono in grado di fare esattamente la stessa cosa, talmente tanti che credo si sia raggiunto un livello di saturazione. Quando pubblichi un disco si è già fortunati se le persone rivolgono idealmente lo sguardo nella tua direzione, dopo di che proseguono verso qualcos’altro. Il margine generale di attenzione, oggi, è ormai molto ristretto, tanto che la musica è ormai diventata un bene usa e getta, consumato rapidamente e poi abbandonato.
Comunque l’aspetto che più mi piace a proposito del rapporto tra la musica e la rete è aver avuto la possibilità di incontrare tante persone splendide, con le quali non sarei mai entrato in contatto senza internet. Alcuni tra i miei migliori amici sono persone che gestiscono etichette e pubblicano i miei dischi. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la rete, per cui devo esserle molto riconoscente.

Quale ruolo riveste la musica nella tua vita?
La musica ha un ruolo fondamentale nella mia vita. Continuo a comprare dischi, ad ascoltarli a casa, in macchina, in cuffia. Se non ascolto musica di altri, allora sto producendo la mia. La musica riempie gran parte della mia vita quotidiana, non so cosa sarebbe di me se non ci fosse.

Per te vale ancora la pena scrivere canzoni e pubblicare dischi?
Credo che continuerò sempre a scrivere musica, perché trovo che abbia su di me un effetto terapeutico. Se mai non ne cogliessi più quell’effetto smetterei di farlo, anche se dubito che questo potrà mai avvenire!

Come ti trovi a suonare dal vivo?
In tutta sincerità lo detesto. Mi rende troppo nervoso. Ho tenuto il mio primo e unico concerto come Caught In The Wake Forever a settembre dello scorso anno nel corso di una serata orgranizzata dall’etichetta Hibernate a Bradford. È andato tutto bene e il pubblico è stato fantastico, ma è una cosa che assorbe troppe delle mie energie. Con ciò non intendo che non suonerò mai più dal vivo: se la situazione è giusta lo rifarò, anche se comunque non si tratta di un aspetto necessario per quello che desidero raggiungere con la mia musica.

Infine, cosa ci si può attendere da te nel prossimo futuro?
Ho pubblicato da poco sulla splendida etichetta Dronarivm un disco intitolato “The Places Where I Worship You”, che un album di pura musica ambientale incentrato su suoni naturalistici da me registrati durante una vacanza sull’isola di Arran.
Ho già pronta una pièce ambient-drone di lunga durata che mi piacerebbe pubblicare sulla mia etichetta personale più tardi nel corso di quest’anno, sempre che le mie finanze me lo permetteranno. Ho anche già cominciato a registrare qualcosa per un prossimo album vero e proprio, un bel po’ di canzoni e brani strumentali che sono in corso di lavorazione. Di recente ho aperto un blog all’indirizzo www.theviewfromthebeardmore.tumblr.com, attraverso il quale si possono seguire le mie sessioni di registrazione e tutto quello che faccio.

(English version)

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Questa voce è stata pubblicata il 28 maggio 2015 da in interviste con tag , , , , .
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