music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

jeremy_young_aaron_martin_a_pulse_passes_from_hand_to_handJEREMY YOUNG & AARON MARTIN – A Pulse Passes From Hand To Hand
(White Paddy Mountain, 2015)

Il flusso dei quattro brani che segnano la prima collaborazione tra Jeremy Young (Sontag Shogun) e l’eclettico violoncellista e compositore Aaron Martin suggerisce con chiarezza fin dalle sue prime note la traduzione in suono del concetto di realtà aumentata, con il quale si intende l’arricchimento della percezione sensoriale umana mediante informazioni veicolate da dispositivi elettronici.

“A Pulse Passes From Hand To Hand” non è tuttavia il risultato di una mera addizione elettronica, benché quella componente sia ben presente lungo i suoi quattro movimenti, l’analogia concettuale poggia piuttosto sul lato sensoriale della definizione: ciascun brano è infatti il risultato di una progressiva aggiunta, di una stratificazione continua di loop di violoncello e chitarra su texture modulate e via via plasmate fino ad assumere una serie di forme tra loro coerenti.

Ciascuno dei quattro brani – tre dei quali recano il medesimo titolo del lavoro – trae le mosse da un breve loop suonato al pianoforte da Young, che ogni volta dischiude mondi sonori diversi e tra loro complementari. Il primo movimento si svolge verso un camerismo austero e fortemente evocativo, con le vibrazioni del violoncello che aleggiano sull’iterazione armonica, attraversando un oceano di brevi battiti e irregolarità derivanti dalle registrazioni su cassetta che i due artisti si sono scambiati per addivenire a quanto è “A Pulse Passes From Hand To Hand”. Il processo di continua stratificazione, di lavorazione come al cesello delle parti registrare da Young e Martin dà luogo via via a istantanee dense di languori romantici (il secondo movimento, dalla durata di appena quattro minuti) e più lunghi piani sequenza nel corso dei quali sembra di assistere praticamente in presa diretta alla formazione del brano per interventi successivi (il primo e il terzo).

Lo schema realizzativo rimane immutato anche lungo il quarto d’ora della conclusiva “Berceaux”, dopo il cui primo terzo giungono a compimento le saturazioni già latenti nel brano precedente, che qui diventano maestosi riflessi che scolorano da partiture da camera in materia moderatamente rumorosa, tuttavia animata dal medesimo spirito e dall’essenza pura di un suono che si espande come una marea suggestiva, alla quale abbandonarsi senza peso.

http://www.sontagshogun.com/
http://aar0nmartin.wordpress.com/

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