music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

tim_hecker_love_streamsTIM HECKER – Love Streams
(4AD, 2016)

Del nuovo disco di Tim Hecker, ovvero dell’elevazione “indie” del drone e, soprattutto, della trascurabilità della pubblicazione di un disco al tempo del leak, anche da parte degli organi “ufficiali”.
Il primo punto – centrale quando si tratta di un disco, ma ormai sembra non più – sarà trattato dopo quelli elencati successivamente, necessarie premesse delle attenzioni che circondano l’opera più recente di Tim Hecker, ormai consacrato con pieno merito non solo tra i cultori della sperimentazione ambient-drone ma anche finito nell’empireo delle tendenze indipendenti internazionali, come dimostra da ultimo la pubblicazione di “Love Streams” da parte di un’etichetta importante e attenta alle tendenze quale 4AD.

L’altro aspetto riguarda l’improvviso accendersi in rete delle discussioni sul disco, ben oltre due mesi prima della sua pubblicazione, sulla base di un leak prematuro e peraltro approssimativo; a quello che può dunque ben ritenersi un fuoco di paglia è seguita una disattenzione diffusa, che adesso si ripercuote anche intorno al momento dell’uscita ufficiale, quasi si trattasse di un passaggio trascurabile nella vita di un disco.
“Love Streams” invece è qui e ora, è materia viva come d’abitudine per Hecker; tuttavia, quanti si attendessero ulteriori cattedrali di un suono solenne, originato dal filtraggio di chitarre o organi distorti (come nei monumentali “Ravedeath, 1972” e “Virgins”) potrebbe restare in parte deluso dall’approccio a prevalenza sintetica degli undici nuovi brani.

Dieci anni dopo “Harmony In Ultraviolet” Hecker è tornato a un approccio in qualche misura “acido” al misticismo drone, nell’occasione declinato in una trance irregolare, intessuta di impulsi sintetici e percorsa dai vocalizzi spettrali di un coro di otto elementi guida da Jóhann Jóhannsson. È, infatti, di nuovo l’Islanda la patria creativa di Hecker, che racconta – forse non del tutto ironicamente – come “Love Streams” sia anche il prodotto dello stato di hangover successivo alla degustazione dell’ancestrale hakarl, ovviamente associato alla potente acquavite brennivín.

Non si stenta a crederlo ascoltando i quarantadue minuti del lavoro, nel quale non mancano maestose aperture drone in aerei crescendo orchestrali (“Music Of The Air” e soprattutto “Castrati Stack”), scorci sognanti (“Bijie Dream”) e lievi tensioni dub (“Violet Monumental II”). Si tratta comunque di momenti isolati di deviazione da un flusso sonoro altrimenti costantemente cangiante, ipnotico e allucinato, che combina in sé le inquietudini spettrali di una notte artica senza fine con i bagliori ultraterreni di un’aurora boreale.

http://sunblind.net/

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Questa voce è stata pubblicata il 12 aprile 2016 da in recensioni 2016 con tag , , , , , , , .
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