music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: CHANTAL ACDA

Dopo aver partecipato a numerosi progetti artistici di diversa natura (True Bypass, Isbells, Sleepingdog), Chantal Acda, olandese di nascita ma da anni residente in Belgio, ha intrapreso un percorso personale all’insegna della delicatezza e della forza interiore. Ci racconta il suo modo di vivere la musica, a margine della pubblicazione di “Bounce Back“, suo terzo lavoro solista.

Dopo tanti progetti collaborativi hai pubblicato tre album solisti nel giro in quattro anni: secondo quale percorso sei arrivata a trovare la “tua” voce?
Mi piace moltissimo collaborare con altri artisti, sono molto soddisfatta della riuscita di quelle esperienze, che spero di poter ripetere in futuro. Nel corso degli anni credo di aver gradualmente scoperto una mia strada. Quando mi trovo ad affrontare il processo di scrittura in solitudine, posso liberarmi più facilmente del restante contesto umano e abbandonarmi alla musica, per cui lavorare in solitaria mi permette di andare più in profondità in quel processo.

In tutti i tuoi dischi sono tuttavia presenti numerosi altri musicisti, tra i quali ad esempio Peter Broderick e Eric Thielemans. Come sei entrata in contatto con loro? Cosa senti abbiano davvero potuto aggiungere al tuo songwriting?
Sono sempre molto cauta nella scelta delle persone alle quali chiedo di registrare con me, visto che ho bisogno che anche gli altri musicisti in studio scompaiano nello spazio e nel tempo insieme a me. Peter, Eric e soprattutto Shahzad Ismaily non necessitano di indicazioni in questo senso, perché gli è sufficiente mettersi a sedere in studio per capire la direzione che vuol prendere la musica e liberarla attraverso i loro suoni.

Eppure, nelle note di presentazione di “Bounce Back” si legge che l’album è nato dalla ricerca di una modalità di scrittura più intima rispetto a quella nella quale sei solita presentare dal vivo i tuoi brani. Consideri il momento della scrittura e quello dell’esecuzione quali stadi creativi separati?
Di solito scrivo i miei brani in maniera molto intima, quando sono a casa da sola, con le finestre chiuse. Quando ho cominciato a scrivere Bounce Back ho sentito subito che il disco sarebbe stato un inno alle connessione, ai contatti personali e alla consapevolezza. Allora ho pensato che sarebbe stato contraddittorio scriverlo da sola a casa, disconnessa dal mondo esterno, per cui ho intrapreso una serie di “house concerts”, in ambienti ristretti alla presenza di poche persone e le conversazioni che mi è capitato di fare a margine di questi concerti hanno via via riempito le canzoni. Anche la scelta di un suono molto secco e non mediato mi ha aiutato a ultimare il disco in un modo che ne rispecchiasse l’istinto originario. E per certi versi anche questo è un po’ l’opposto dell’intimismo.

Hai lavorato con Adam Wiltzie (Stars Of The Lid) nel duo Sleepingdog, nel quale siete riusciti a bilanciare canzoni e sperimentazione sonora: ritieni che una simile formula possa rappresentare una via per rinnovare la tipica espressione cantautorale?
Non so se dovremmo davvero prefiggerci l’obiettivo di rinnovare l’espressione cantautorale. Penso piuttosto che sarebbe persino più interessante se andassimo ancora un po’ indietro nel tempo, in particolare al tempo in cui l’immediatezza della registrazione era più importante rispetto alla perfezione formale dei brani, ammesso che la si sia effettivamente conseguita.
Ritengo che l’attività di un songwriter consista anche nella riflessione sul perché sta facendo una certa cosa in un certo momento. È la musica stessa che ci comunicherà di cosa ha bisogno per risplendere davvero e noi abbiamo bisogno di riflettere per poterlo cogliere. Se ci riusciamo, allora la musica potrà esprimersi nel modo giusto, sia che si tratti di sperimentazione che di canzoni.

I titoli dei tuoi dischi sono tutti molto densi di significato: ti va di spiegare cosa si cela sotto il “balzo all’indietro” che identifica il nuovo lavoro?
Il mondo sembra attraversare un periodo di notevoli cambiamenti, per cui nel momento in cui stavo scrivendo il disco ero alla ricerca di una nuova posizione personale, attraverso la quale potermi confrontare con i cambiamenti già in atto e con quelli che si profilano all’orizzonte.
Credo fermamente che si possa combattere la crudeltà e la freddezza d’animo osservandoci tutti reciprocamente di più, parlando di più e emanando più calore umano. Quando ho notato la differenza quando sorrido alle persone che incontro per strada, ho capito che quello è il modo di balzare all’indietro.

I tuoi primi due dischi presentavano un impatto emozionale estremamente immediato, mentre il suono di “Bounce Back” appare più controllato: è cambiato qualcosa nel modo in cui incanali le tue sensazioni in musica?

In realtà trovo che “Bounce Back” sia persino più diretto dal punto di vista emozionale, proprio perché registrato in maniera più diretta. Quando sento di aver cantata un brano a partire dal giusto punto del mio cuore, non la tocco più, in modo che le emozioni che vi ho riposto possano manifestarsi in modo immediato. In quest’epoca di social media e di informazioni costruite ad arte, ho sentito la necessità di agire in direzione opposta. C’è anche una parte grezza dentro di me, che nei dischi precedenti non ritengo di aver esplorato fino in fondo, prediligendo piuttosto la ricerca di una calma interiore.

Hai mai pensato di suonare accompagnata da un’orchestra?
Non soltanto l’ho pensato, ma è un mio sogno!

Il toccante video di “The Sparkle In Our Flaws“, registrato in Islanda, ha come protagonista tua figlia: come fai a conciliare la tua attività di musicista (registrare, andare in tour, etc.) con il lato personale e familiare?

Per un lungo periodo è stato complicato: sono stata una madre single quando i miei figli erano molto piccoli, per cui dovevo avere grande capacità di organizzazione per continuare a suonare e nel frattempo preoccuparmi che i miei figli trascorressero sufficiente tempo con me. Adesso che hanno dieci e nove anni, a volte posso portarli con me ai concerti; gli piace ascoltare la musica e addormentarsi nei backstage. E quando mi domandano cosa provo quando canto, dicendo di voler provare le stesse sensazioni quando saranno grandi, posso dire che si tratta della cosa principale che vorrei essere in grado di trasmettere loro.
Adesso comunque riesco a conciliare i due aspetti meglio che in passato, anche se questo richiede un notevole sforzo organizzativo. Ecco perché a volte posso apparire stanca.

Come descriveresti il significato e la finalità – personale e artistica – della tua musica?
Il mio desiderio è di entrare in contatto con qualcosa di più grande rispetto all’umanità. Lo stesso tipo di esperienza di quando assistiamo a una partita di calcio. Adoro fare musica senza sentire il tempo; raggiungere un diverso grado di consapevolezza. Quando tutto ciò raggiunge il pubblico e diventiamo insieme parte di qualcosa di unico e diverso, allora posso davvero dirmi soddisfatta!

Dopo tre dischi, numerosi progetti e collaborazioni, c’è ancora qualcos’altro che vorresti provare con la musica?
Mi piacerebbe lavorare di più sulla voce, con I cori e magari un’orchestra. Spero anche che molti possano apprezzare la mia musica, in modo da poter viaggiare per suonarla dal vivo. È così bello entrare in contatto con le persone quando sono in tour. Tornare in Italia sarebbe splendido; vi ho fatto solo due brevi tour, uno da sola e uno con la band, in entrambi i casi sono state esperienze indimenticabili!

(pubblicato su Rockerilla n. 440, aprile 2017 – foto Hanneke Wetzer)

http://www.chantalacda.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 1 giugno 2017 da in interviste con tag , , , , , .
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