music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

ODDFELLOW’S CASINO – Oh, Sealand
(Microcultures, 2017)*

Strana storia, quella di David Bramwell e dei suoi Oddfellow’s Casino; da un lato si tratta di una storia creativa tipicamente inglese, tanto per le proprie radici nelle montagne del Sussex quanto per uno stile che rimanda a un’eleganza decadente tutta britannica, dall’altro di un piccolo culto che oltre quindici anni resiste ai margini di qualsiasi moda e categorizzazione. Troppo ricercato per trovare cittadinanza nell’ampia nazione dei cantautori folk, troppo dimesso per spiccare il grande salto verso una celebrità in qualche misura pop, Bramwell continua a fare musica per pura passione poetica, seguendo strade oblique come la sua ispirazione, i cui orizzonti abbracciano con grande naturalizza luoghi, tempi e modalità espressive diverse.

Così avviene anche in “Oh, Sealand”, sesto capitolo della saga di Oddfellow’s Casino, che non a caso muove dalla concretezza delle “pietre d’Inghilterra”, citate nel primo verso dell’iniziale “Land Of The Cuckoo”, per narrare invece di un regno marino immaginario, appena al largo delle coste inglese. Si direbbe l’approdo a una terra ferma dell’anima, dopo le tempeste del precedente “Water Between Us” (2014), ma si tratta anche di un luogo simbolico, in grado di distaccare almeno di qualche miglio Bramwell dalle miserie di una patria oggetto di amore tanto quanto di frustrazione.

Ancora una volta dense di riferimenti letterari, cinematografici e semplicemente a luoghi sperduti nell’uniforme countryside britannica, i dodici brani di “Oh, Sealand” condensano una galleria di tematiche bucoliche, paesaggi, fantasmi e atmosfere vittoriane, fedelmente rispecchiate dalla varietà di registri incarnati dalle incredibili doti trasformiste della piccola orchestra Oddfellow’s Casino. Gli appena cinquanta minuti del lavoro disegnano infatti una carrellata ogni volta sorprendente tra ricche orchestrazioni full band, dai contorni elettrici ora languidi ora vagamente acidi, e contemplazioni acustiche placide e salmastre, arricchite da arrangiamenti romantici e piacevolmente retrò. Lungo tutto il corso del disco – e spesso anche all’interno dello stesso brano – capita di pensare quasi in contemporanea ai Grizzly Bear e a qualche band psichedelica seventies, così come si alternano giri di basso di stampo progressivo e linee sintetiche pulsanti, brillanti soluzioni sonore chamber-folk e corde acustiche permeate da dimesso incanto.

La stessa sensibilità pop di Bramwell spazia così da refrain accattivanti (“Down On The Water” è una potenziale hit radiofonica) ad aperture di ricchezza innodica (“Mustard Fields”, “Children Of The Rocks”) e ballate di soffice crooning (“Blood Moon”) alle atmosfere ovattate di uno spoken word (“Damu”) e di piccoli gioielli di lirismo senza tempo e di nostalgia bucolica, quali in particolare “Sealand” e “Swallow The Day”, che da soli valgono la scoperta del disco.
Come forse solo il compianto Nick Talbot sapeva fare, David Bramwell e i suoi Oddfellow’s Casino hanno confezionato in “Oh, Sealand” lo scorcio variopinto e niente affatto scontato di un microcosmo espressivo senz’altro radicato nella campagna inglese, ma tanto ispirato e poliedrico da poter costruire, su terra e acqua, su sentieri dimenticati e storie di fantasmi, una libera repubblica dell’immaginazione, plurale e accogliente come una sequenza di canzoni prive di univoci riferimenti a tempi, luoghi e stili, semplicemente oltre.

*disco della settimana dal 3 al 9 luglio 2017

http://oddfellowscasino.com/

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