music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

memories: EMPRESS

EMPRESS – Empress
(555 Recordings / Pehr, 1998)

Per una breve e marginale stagione, un definito cenacolo artistico inglese ha introiettato le delicate tensioni slow-core originate oltreoceano verso la metà degli anni Novanta. Si è trattato di una parentesi del tutto peculiare, incastonata tra la malinconia rurale degli Hood e gli incastri elettro-acustici di The Boats, lungo un filo conduttore che coinvolse in qualche modo entrambe quelle esperienze, riassunto in particolare da due personalità artistiche autenticamente da outsider: Stewart Anderson (in Boyracer e in mille altri progetti ma soprattutto responsabile dell’etichetta 555 Recordings) e Nicola Hodgkinson, bassista dai capelli rossi e voce incantata degli stessi Hood e dei Boyracer e fino ad oggi fugace, eterea manifestazione in contesti espressivi invariabilmente minimali e narcolettici.

Accanto ai due, si davano il cambio Matty Green e Chris Coyle, a completare la line-up di quella che può comunque essere considerata in tutto e per tutto l’esperienza artistica più propria della Hodgkinson, Empress. Manifestatasi per la prima volta nel 1998, nel volgere di pochi mesi la band incide un Ep e un album, entrambi omonimi come anche il secondo lavoro che li seguirà due anni più tardi; l’album esce in vinile ovviamente per la 555 Recordings, trovando una non sorprendente pubblicazione statunitense, grazie alla piccola Pehr, che espande l’edizione su cd a ben ventitré tracce, con l’inclusione integrale dell’Ep.

I sedici brani dell’album originario – comprensivi di cinque interludi strumentali – sono comunque più sufficienti per delineare il profilo della band, in apparenza gravitante intorno alla semplice combinazione tra filigrane strumentali rallentate e le interpretazioni di trasognata uniformità della Hodgkinson. In realtà, ciascun brano sottende, come se fosse una miniatura artigianale, non solo un certosino lavoro intorno a cadenze, tempi e ovattate risonanze armoniche, ma anche una grande capacità di ricondurre all’estetica placida e dimessa del terzetto una non trascurabile varietà di sfumature espressive.

Tra queste, non mancano carezze dal tono distante e ieratico in inevitabile odor di Low (“All We’ve Seen”), derive psych sulle ali di poche note d’organo (“A Very Small Step”), languori bucolici (“Don’t Give Up On Me”) e nebbiosi echi di Twin Peaks (“Planless”, “Danger I Know”). Pacatezza e sottile pathos, si succedono nel corso dei brani, così come le loro componenti acustiche, analogiche ed elettriche, liberando solo a tratti (il crescendo finale di “Hey It’s Over”) la tensione pacata di atmosfere quasi sempre granulose e irregolari, che rendono dolcemente straniante la densità sonora di un lavoro che non avrebbe potuto trovare interpretazioni più adatte di quelle di Nicola Hodgkinson, in grado di rendere perfettamente compiuti anche eterei frammenti di canzone di poco più di un minuto (“Uphill”, “Through It All”).

Come sospesi in una dimensione parallela, i brani degli Empress risuonano ancora oggi, ricoperti della medesima patina di polvere (cosmica?) che rendeva la loro proposta particolare e sostanzialmente aliena dalla stessa temperie espressiva dell’epoca, ma prezioso anello di congiunzione tra le sfumature di un minimalismo smorzato, animato da calore armonico confortevolmente rallentato.

https://empress.bandcamp.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 10 dicembre 2017 da in memories con tag , , , , , , , , , , .
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