music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

OLIVER CHERER – I Feel Nothing Most Days
(Second Language, 2019)*

In tempi nei quali tutto (s)corre con rapidità e lo sguardo di chi crea e ascolta musica è sempre febbrilmente rivolto in avanti un disco e una storia come quella di “I Feel Nothing Most Days” sembrano impensabili. Invece Oliver Cherer ha tradotto entrambi in una raccolta di canzoni rielaborate e pubblicate al tempo presente, ma originate ben trentacinque anni fa. La storia è semplice, ma in qualche modo paradigmatica della sfaccettata personalità di un artista camaleontico, che cambia alias, progetti e stili musicali con impressionante facilità: il lavoro trae infatti origine dal ritrovamento da parte di Cherer un vecchio nastro sul quale, in età pressoché adolescenziale, aveva inciso alcuni schizzi di canzoni, rispondenti alla sensibilità e all’estetica dell’epoca, anche se non poi così distanti da quella della sua maturità attuale.

Sia comunque chiaro che “I Feel Nothing Most Days” non è un album anacronistico e nemmeno oppresso dalla nostalgia, non soltanto perché le sue dieci canzoni sono il frutto di un’ideale sintesi tra il tempo in cui sono state per la prima volta abbozzate e quello attuale, ma soprattutto perché il ricorrente senso di atemporalità delle opere di Cherer è stavolta applicato in maniera autobiografica ma non meno contemplativa e raffinata rispetto, ad esempio, ai suoi precedenti album di canzoni, nei quali raccontava arcane storie popolari dalle spettrali ambientazioni vittoriane (“Sir Ollife Leigh And Other Ghosts” e “The Myth Of Violet Meek”).

Come memorie che tornano in superficie, in maniera talora frammentaria, le canzoni di “I Feel Nothing Most Days” sono piuttosto intrise di un senso di placida melanconia, fedelmente rispecchiato dalle loro vesti sonore, che con estrema coerenza rimandano alle registrazioni originali su quattro tracce, espanse e rallentate, e variamente costituite da timbriche di chitarra Fender, tastiere analogiche, drum machine ed effetti ecoici.

Ne risultano ambientazioni sottilmente ipnotiche, scandite da pulsazioni compassate intorno alle quali Cherer ha costruito soffici arrangiamenti grazie al contributo di amici musicisti tra i quali tra gli altri Elaine Edwards al sax soprano sax, Fritz Catlin alle percussioni e Riz Maslen (Neotropic) in qualità di seconda voce. Per i poco meno di quaranta minuti del lavoro è come essere trasportati in indolenti atmosfere di un tempo sospeso, la cui temperie sonora è assorbita nei suoi aspetti più soffici e di decadente eleganza. “I Feel Nothing Most Days” non è infatti un tuffo negli anni Ottanta dei ricorrenti revival, né tanto meno in quelli dagli involucri più patinati. È piuttosto una consapevole rilettura di una biografia personale e di un’inclinazione artistica giovanile che si alimentava attraverso i suoni di Robert Wyatt, The The, Durutti Column e Cocteau Twins, tutti in qualche modo aleggianti nel torpore ovattato di brani che scorrono come istantanee in bianco e nero, dai contorni lievemente sbiaditi dal tempo, rigenerate dall’odierna sensibilità di Cherer.

La peculiare operazione offre un’inedita combinazione di maturità e decadente spirito giovanile, regalando canzoni vellutate e oniriche, intrise di riflessivo lirismo, ma non prive di spunti più vivaci, che fanno di “I Feel Nothing Most Days” un album trasversale a tempi e stili, eppure pienamente coerente con il profilo artistico di Oliver Cherer, instancabile ricercatore di storie e memorie risalenti, che per una volta lo riguardano in prima persona.

*disco della settimana dal 6 al 12 maggio 2019

http://olivercherer.co.uk/

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