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suggestioni musicali a cura di raffaello russo

storie d’artista: GRAVENHURST


Fioche luci nella stagione della nebbia

Ultimo figlio dell’inquieta Bristol degli anni ’90, Nick Talbot ha visto la musica dei suoi Gravenhurst assurgere a una diffusione (relativamente) più ampia grazie al quarto album “The Western Lands” (2007) e alla contestuale transizione a corpose sonorità elettriche, dense di sensazioni vagamente psichedeliche e shoegaze.

Eppure, le radici di Talbot e di quello che nasceva come un progetto sostanzialmente personale affondano in un folk essenziale e contemplativo, che dalla provenienza geografica trae l’intento di travalicare la semplice formula cantautorale di chitarra e voce. Non a caso, tra le influenze esplicitamente citate, ricorrono i concittadini Flying Saucer Attack e Movietone, mentre l’impronta caratterizzante le origini di Gravenhurst inclinava piuttosto verso un prezioso minimalismo acustico di discendenza Drake/Simon/Kozelek.

Dopo lo scioglimento della sua band dei tardi anni ’90 – gli oscuri Assembly Communication – nel 2001 Talbot costituisce insieme al batterista Dave Collingwood il nucleo fondante di Gravenhurst. L’anno seguente, la sua etichetta Silent Age pubblica la prima testimonianza della nuova creatura artistica, sotto forma dell’album “Internal Travels”, nel quale il suo placido cantato si coniugava con un picking ovattato, al tempo stesso sereno e malinconico. A modellarne la scarna formula, contribuiscono cadenze irregolari, che donano movimento a brani intrisi di lirismo, e moderati riverberi, che vi apportano ambientazioni spettrali, ancor più evidenti negli strumentali della parte centrale del disco, in odor dei Talk Talk di “The Spirit Of Eden”. Storia a sé fa la conclusiva “Meet The Family”, con i suoi quasi nove minuti in lenta progressione, dotati di ritmiche che sanno di un post-rock virato in una inconsueta chiave bucolica e completati da un toccante arrangiamento di tromba.
C’è già quanto basta per comprendere le successive derive di Talbot e l’estrema naturalezza con la quale la sua sensibilità traduce le limpide trame di un folk essenziale in suggestioni di nostalgico rapimento.

Da questi presupposti trae le mosse il gioiello nascosto della discografia di Gravenhurst, quel “Flashlight Seasons” che, pubblicato nel 2003 su Silent Age, sarà ripreso l’anno seguente da Warp, etichetta solitamente dedita a tutt’altre sonorità, ma che da lì in avanti assicurerà a Talbot il sostegno necessario per la diffusione delle sue creazioni.
L’album sviluppa quanto adombrato nell’esordio, del quale accentua le componenti più avviluppanti del suono, e segna un’apprezzabile maturazione nel songwriting di Talbot, che prosegue nelle sue visionarie narrazioni di un folk oscuro in “murder ballads” delicate, ma sempre sul filo di una tensione latente. Texture sfocate e melodie meglio definite incorniciano le varie “Bluebeard”, “The Diver”, “Damage” e le tante altre gemme cristalline che compongono quello che, tuttavia, resterà pur sempre un capolavoro per soli cultori delle sensazioni eteree e uggiose della countryside britannica.

Il successivo mini-album “Black Holes In The Sand” prosegue l’ispessimento dello scheletro sonoro della band che, sulla scia delle esperienze dal vivo, comincia a palesare un significativo approccio elettrico. Nelle sei tracce del lavoro, permane immutata la sensibilità di Talbot nel pennellare dimessi paesaggi folk immersi in un’incantevole foschia in pezzi quali “Flowers In Her Hair” e nella toccante cover acustica di “Diane” degli Husker Dü, particolarmente emblematica di come la sua creatura sia capace di abbracciare e riassumere mondi musicali in apparenza molto distanti tra loro.
La medesima ambivalenza si ritrova ben presto in “Fires In Distant Buildings” (2005), che regala ancora introspettivi passaggi acustico-ambientali, mentre la lieve psichedelia precedente assume contorni nervosi e acidi, con il singolo “The Velvet Cell”, che con le sue tastiere circolari devia su rotte kraute care agli Stereolab, e l’iniziale “Down River” a chiarire la cesura con il passato con una torbida miscela di distorsioni e ritmiche elettroniche.

La claustrofobica trasformazione dell’immaginario di Gravenhurst è ormai compiuta e gli sferraglianti turbini elettrici di “The Western Lands” ben presto lo confermeranno. Tuttavia, accanto a un’innegabile propensione per muri sonori granitici e canzoni dall’impatto immediato, nell’album convivono melodie eteree e dalle cadenze quasi sempre compassate; testimonianza significativa del nuovo stadio evolutivo della band è ancora riassunta in una cover, quella di “Farewell, Farewell” dei Fairport Convention, che ne piega il folk polveroso a una dimensione dream-pop, rivelando i cardini stilistici di Talbot, ormai aduso a frequentare i palchi di locali gremiti alla guida di una vera e propria rock-band, ma mai dimentico del gusto acustico e di suggestioni che rimandano alla sua formazione musicale. A ben vedere, infatti, la desolazione bucolica sottostante alle chitarre elettriche roboanti mantiene un’impronta di latente inquietudine, in qualche misura affine a quella contemplativa degli Hood o alle spettrali ambientazioni vittoriane di Piano Magic, alla sinistra preponderanza elettrica dei cui lavori coevi “The Western Lands” può essere correlato.

Esaurita la breve sbornia elettrica, la coerenza con il passato folk dalle atmosfere oblique e sognanti torna nel nuovo “The Ghost In Daylight“, disco che forse deluderà chi si aspettava una replica o addirittura un’accentuazione delle derive dell’immediato predecessore, ma testimonia la ricchezza di sfaccettature dell’intera esperienza artistica di Talbot, umbratile come la sua musica ma rappresentativa come poche altre delle transizioni e rivisitazioni attraversate nell’ultimo decennio da quello che fondamentalmente può pur sempre collocarsi nell’alveo del moderno folk inglese.

(pubblicato su Rockerilla n. 381, maggio 2012)

http://gravenhurstmusic.com/

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2 commenti su “storie d’artista: GRAVENHURST

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Questa voce è stata pubblicata il 2 giugno 2012 da in storie d'artista con tag , , , , , , , , .
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