music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: FABRIZIO PATERLINI

In coincidenza con la pubblicazione e la distribuzione – finalmente – anche in Italia del suo ultimo lavoro “The Art Of The Piano“, Fabrizio Paterlini racconta il proprio personale approccio alla musica e alla composizione pianistica, gettando uno sguardo a tutto tondo su essenza e potenzialità del variegato e sempre più ampio universo della “modern classical”.
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Negli ultimi anni il pianoforte è tornato al centro dell’attenzione di molti artisti in campi non prettamente “classici”: tu come ti ci sei avvicinato? Che formazione musicale hai avuto?
Ho iniziato a suonare il pianoforte “a orecchio” quando avevo circa sei anni, per poi passare di lì a poco a studiare la musica classica. Per quanto possa essere stato faticoso e noioso per un bambino piccolo studiare scale, arpeggi e teoria musicale, oggi sono grato a quei primi anni di studio. Il pianoforte è uno strumento che non si smette mai di scoprire e saperlo suonare bene richiede anni e anni di dedizione e studio. Avere assimilato fin da piccolo concetti relativi alle modalità espressive, all’uso della dinamica e alla lettura della musica credo si riveli importante oggi nell’aiutarmi a meglio esprimere quello che scrivo per altri o improvviso mentre suono il pianoforte.
Ho poi abbandonato lo studio della musica classica da adolescente e mi sono immerso nel mondo dei “classici” del rock progressivo anni ’70, preferendo al piano i suoni di sintetizzatori e organi Hammond.
E’ stato poi a partire dalla metà del 2000 circa, che ho “ripreso” il pianoforte e ho iniziato a comporre musica.

Che conoscenza hai della musica classica? Ci sono autori ai quali ti ispiri o che semplicemente apprezzi?
A parte gli ordinari studi “accademici” (Bach, Mozart, Schubert, Beethoven per citarne alcuni), non ho mai dedicato molto tempo a scoprire e ascoltare musica classica. Ogni tanto, però, mi è capitato di imbattermi in brani di musica classica che mi fanno vibrare: è successo per esempio quando ho scoperto l’”Adagissimo” della IX sinfonia di Mahler, magnifico e straziante. Questo spunto mi ha poi portato a conoscere maggiormente le sue opere, per esempio. Lo stesso è successo con musiche di Beethoven e, più recentemente, di Satie. Mi riprometto spesso di approfondire l’ascolto della musica classica, ma poi alla fine penso che il momento arriverà anche per quello senza forzature, come è stato per il resto.

Ritieni la definizione “modern classical” calzante per le varie esperienze attuali di minimalismo pianistico e per le loro intersezioni con l’elettronica e l’ambient music?
Ho notato che è abbastanza difficile dare un nome a questo genere e ancora le definizioni che ruotano attorno a questo stile compositivo sono più di una: a parte “modern classical” ho sentito spesso anche “neo-classical” e addirittura “indie classical”. Direi che tutte queste possono andare bene nel definire quello che stiamo provando ad esprimere: composizioni strumentali, dal vago sapore “classicheggiante” in cui spesso è il pianoforte ad avere un ruolo primario e che portano a chi ascolta immagini ed emozioni particolarmente coinvolgenti. Poi, nella realtà dei fatti, il modo più immediato per togliere il punto interrogativo dai volti delle persone che ti chiedono cosa sia la “modern classical” è dire che è il genere “alla Ludovico Einaudi” (ride, n.d.r.).

A proposito, qual è il tuo rapporto con queste forme espressive?
È un rapporto in continua evoluzione. Non si smette mai di ricercare, di provare, di ascoltare ed imparare. Quando ho iniziato la mia avventura, ho registrato i primi album in pianoforte solo e da lì, via via, ho provato a sviluppare nuove forme compositive, accostandovi altri strumenti, elettronici e non. Sono molto affascinato dalle possibilità di dialogo degli strumenti acustici con quelli elettronici ed elettro-acustici e sicuramente il mio percorso non prescinderà da una vasta esplorazione sonora in questo senso. Il bello di questo genere è che la sperimentazione è parte integrante della composizione e che ci si può davvero permettere di accostare un brano di pianoforte solo ad uno in cui il piano detta solo le armonie e il sintetizzatore si occupa di dipingerne i toni.

Le tue composizioni trasmettono spesso un’idea “ambientale”, come di descrizione e riempimento degli spazi sonori: questa sensazione risponde in qualche modo a una tua finalità compositiva?
La mia intenzione è di “togliere” sempre ciò che ritengo superfluo e di lasciare quindi a chi ascolta il compito di riempire gli “spazi” che inevitabilmente rimangono vuoti. Il silenzio è l’ottava nota e mi piace che chi ascolta abbia il tempo e lo spazio di percepire non solo il suono delle note ma anche gli altri suoni del pianoforte: la risonanza fra le corde, il martelletto che le colpisce, il pedale che si abbassa e si alza, il legno che scricchiola.
Questo percorso di “pulizia compositiva” credo sia abbastanza evidente, se penso al mio primo album “Viaggi in aeromobile” in cui le composizioni di pianoforte erano senz’altro più articolate e lunghe (arrivavano anche a 5 minuti a brano) e, ad esempio, i miei ultimi “Now” o “The Art of the Piano”, in cui i brani sono decisamente più brevi ed immediati.

In generale, come nascono i tuoi brani, dal punto di vista sia strutturale che emotivo?
Fino ad ora, la pressoché totalità delle mie musiche è nata come un’improvvisazione quasi immediatamente “fissata” su hard disk o su cellulare. Succede anche che ci siano dei momenti in cui sento che ho bisogno di esprimere al pianoforte il carico emotivo che provo in quell’istante, ma non è una condizione indispensabile per comporre. E’ anche successo che mi sia ispirato a particolari immagini: quando ho composto “Controvento, senz’olio” per il documentario omonimo, il regista mi ha fornito l’immagine delle onde del mare che si abbattevano sulla scogliera e così ho seguito quell’idea mentre scrivevo quel brano.
Recentemente ho però cambiato questo approccio: ora la stanza in cui provo, accoglie oltre al pianoforte un Rhodes e un ARP Odyssey che da tempo erano “stivati” in soffitta e sto semplicemente suonando, libero da pressioni compositive. Vediamo cosa succede.

Dopo alcuni lavori autoprodotti, che hanno ricevuto numerosi consensi all’estero, il tuo nuovo “The Art Of The Piano” è finalmente supportato da una distribuzione italiana: cosa pensi del modo in cui il tuo formato espressivo è percepito in Italia?
Credo che il modo in cui le mie musiche sono percepite qui sia molto simile a quanto succede all’estero – solo sono magari meno conosciute e per questo ho scelto, questa volta, di provare a promuoverle più capillarmente in Italia. La differenza che posso magari notare rispetto al nord/centro Europa, è che mentre là c’è una nicchia di persone abbastanza nutrita che ascolta prevalentemente questo genere e segue gli artisti di etichette come la Erased Tapes o la Serein che si trattano questo tipo di musica, qui da noi il taglio è più trasversale e magari chi ascolta rock o pop indie si ritrova poi affascinato “anche” dalle sonorità del modern classical. Credo comunque nelle potenzialità di diffusione di questo genere di musica anche qui in Italia. Anzi, per certi versi, abbiamo delle location fantastiche (soprattutto nei festival estivi) che sono cornici ideali per questo genere di concerti.

fabrizio_paterlini2A chi segue con interesse musica simile alla tua sembra che in Italia ci siano adesso valide proposte più o meno affini: credi che sussistano le condizioni per creare una “scena” o comunque un piccolo cenacolo di artisti che condividono una certa sensibilità?
Sicuramente sì, ma le condizioni per creare una vera e propria “scena” sul nostro territorio si avranno quando si apriranno più palchi a questo genere. E non penso solo ai teatri, ma penso anche ai palchi dei club che propongono magari programmazioni più orientate al rock/pop indipendente – il contrasto che si crea fra le sonorità che di solito vengono accolte in un locale e l’impatto emotivo dato dal suono di pianoforte, archi e sintetizzatori è decisamente interessante. So di artisti che all’estero hanno tenuto concerti di modern classical in locali la cui programmazione era per lo più orientata all’hip-hop con risultati sorprendenti! (ride, n.d.r.). Per il momento, tuttavia, credo si possa solo parlare di artisti italiani che suonano all’estero.

In generale, ritieni che ci sia un posto per proposte di minimalismo neoclassico al di fuori dei circuiti accademici ma anche distanti dallo svilimento commerciale di alcuni nomi più o meno meritatamente affermati?
Assolutamente: questo genere sta vivendo un momento molto felice, c’è molta curiosità e voglia di “viaggiare” con la mente e con il cuore, attraverso questo tipo di musica. Lo “svilimento commerciale” può essere un rischio quando devi scendere a patti: ma la libertà di sperimentare insita nel genere consente proprio di poter “osare” e proporre cose nuove al proprio pubblico, che è spesso pronto ad accoglierle. Penso, ad esempio, ad un artista come Dustin O’Halloran che ha proposto in questi anni album di piano solo, colonne sonore con archi e sperimentazioni e contaminazioni elettroniche con il duo A Winged Victory For The Sullen senza mai scendere a compromessi con la qualità del suo lavoro. E ce ne sono tanti così. Penso inoltre che questo genere di musica sia decisamente versatile: dà il meglio di sé in ambito live, ma trova un “naturale” impiego ad esempio nella sincronizzazione con immagini di film e documentari, ad esempio.

La tua musica presenta forti connotati suggestivi: qual è il tuo rapporto con le immagini? Hai mai pensato di scrivere una colonna sonora?
Le mie musiche sono state utilizzate spesso in accostamento con immagini– spesso per cortometraggi, film e documentari (molti dei quali sono su Vimeo o YouTube) ma in effetti, non ho ancora scritto una colonna sonora “ad hoc” per un film. Il 2014 mi sta portando questa possibilità, visto che sono stato contattato da un regista inglese che mi ha chiesto una collaborazione proprio in questo senso. Sono davvero curioso di sentire il risultato finale, perché, come ti dicevo, è successo raramente che abbia scritto qualcosa ispirato da immagini fornitemi “dall’esterno”.

Ci sono artisti (non necessariamente musicisti) con i quali ti piacerebbe collaborare?
In questi anni ho conosciuto davvero tanti artisti eccezionali. Qualche anno fa ho collaborato con Thom Carter un polistrumentista e compositore inglese davvero incredibile e recentemente ho avuto il piacere di lavorare con Davide Costa (aka London-DC) che ha curato la parte elettronica di “Now”. Qualche mese fa ho conosciuto Eugenio Caria (aka Saffronkeira) anche lui incluso nell’epica compilation “… And Darkness Came” pubblicata nel 2012 a favore delle vittime dell’uragano Sandy e sono subito rimasto colpito dalla sua musica. Il suo ultimo lavoro “Cause and Effect” con Mario Massa è una vera gemma, quindi attualmente in cima alla lista delle persone con cui mi piacerebbe collaborare c’è lui.

La strumentazione di “The Art Of The Piano” è ridotta al solo pianoforte, mentre ad esempio nel precedente Now eri affiancato da un quartetto d’archi e da qualche contributo elettronico: quali differenze percepisci nella composizione e nell’esecuzione quando ti vedono protagonista solitario rispetto a quando ti relazioni con altri artisti e altri strumenti?
C’è una grande differenza. Quando scrivo musiche per pianoforte e prevedo la compartecipazione di altri strumenti, cerco di fare in modo che il piano lasci loro il giusto spazio. Si tratta sempre di composizioni che sono incentrate sul pianoforte, quindi è lui che “conduce” le danze, se così si può dire. Ma, rispetto a brani di piano solo, voglio fare in modo che ciascuno abbia un ruolo equilibrato nella composizione. In “Now”, per esempio, questo discorso si fa decisamente evidente, se pensi ad un brano come “Iceland” dove il pianoforte accenna solo vaghi arpeggi e lo confronti con “Silent Eyes” l’unico per piano solo, dove oltre alla parte melodica anche l’accompagnamento è più curato ed articolato.

“The Art Of The Piano” trae le mosse da una serie di brani originariamente messi a disposizione in download gratuito: come ti poni nei confronti delle attualità di fruizione e distribuzione della musica attraverso la rete?
Sono molto grato alla rete: se ho suonato in Europa, ho fatto un tour in Russia e sono in partenza per il Giappone è solo ed esclusivamente grazie alla forza del passaparola in rete. Come sai, ho sempre lavorato solo, senza etichetta, senza distribuzione “ufficiale” e tutto quello che mi sono “conquistato” l’ho fatto mettendo le mie musiche on-line (molte delle quali liberamente scaricabili) e cercando di coinvolgere al massimo le persone che hanno scelto di seguirmi in questa avventura. Ho sempre cercato di dare il meglio che potevo, sia in termini di qualità della musica, sia curando molto i “supporti” che mettevo a disposizione. Direi che “The Art Of The Piano” rappresenta ad oggi, in questo senso, ciò che di meglio ho saputo fare sia sul piano compositivo che su quello della cura del prodotto finale, affiancando alla tradizionale distribuzione in cd, anche una bellissima edizione in vinile, il tutto distribuito (ancora una volta) principalmente tramite la rete. Questa continua, sincera ed onesta passione nel fare le cose al meglio delle proprie possibilità, credo che ripaghi degli sforzi, sempre.

Visto che certa “modern classical” pare aver avvicinato ai suoi linguaggi tanti giovani che seguono il mondo (più o meno) “indie”, mi incuriosisce conoscere i tuoi ascolti che esulano dal tuo ambito espressivo…
Per quanto riguarda Italia, oltre al già citato Saffronkeira, lo scorso anno mi è molto piaciuto l’ultimo lavoro degli Ofeliadorme, “Bloodroot” con le sue atmosfere malinconiche e psichedeliche. Quest’estate ho poi assistito ad un bellissimo concerto degli Aucan, che mi hanno davvero colpito con la loro potenza di suono. Per quanto riguarda l’estero, invece, sempre nel 2013 mi è piaciuto molto l’ultimo di Nick Cave & The Bad Seeds “Push The Sky Away” e i Boards of Canada con “Tomorrow’s Harvest”.

Infine, cosa ci si più attendere da te in futuro e cosa ti attendi tu dalla musica?
Spero di continuare questa avventura al meglio delle mie possibilità, portando le mie musiche ad un numero sempre maggiore di persone. Come ti accennavo, il 2014 è l’anno della mia prima colonna sonora, del tour in Giappone e poi tornerò in Russia all’inizio dell’estate. Sto lavorando a nuove musiche e, dopo il “rassicurante” ritorno al “pianoforte solo” con “The Art of the Piano”, sto sperimentando nuove sonorità che spero vedranno la luce prima sui palchi e poi nel nuovo disco, l’anno prossimo.

(versione integrale dell’intervista pubblicata su Rockerilla n. 402, febbraio 2014)

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Questa voce è stata pubblicata il 6 marzo 2014 da in interviste con tag , , , , , .
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