music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: BRUNO BAVOTA

Pianista e compositore napoletano, Bruno Bavota va senz’altro annoverato in quella ristretta cerchia di artisti che anche in Italia stanno formando una sorta di piccolo cenacolo di musicisti dediti alla “modern classical”. La sensibilità mediterranea e il desiderio di trascendere il semplice minimalismo pianistico, dimostrato di recente nel suo recente “The Secret Of The Sea“, ne caratterizzano il profilo, accanto a una passionalità istintiva che emerge dal racconto del suo personale approccio alla musica. 

bruno_bavota
Negli ultimi anni il pianoforte è tornato al centro dell’attenzione di molti artisti in campi non prettamente “classici”: tu come ti ci sei avvicinato?
È una storia molto lunga che cercherò di sintetizzare al meglio. Un caro amico aveva a casa una tastiera della Yahama con tasti pesati, la acquistò qualche anno prima, intento a prendere lezioni di pianoforte. Era da tempo che non la usava più, così pensai di chiedergli di prestarmela finché non avesse trovato un acquirente.
Non appena toccai quei tasti, sentii muoversi qualcosa nel cuore, come se tutto d’un tratto fossi colpito da una forte ed immensa mareggiata, qualcosa che riempiva dentro me un vuoto. Un naturale incastro che da quel giorno è stato il mio collegamento con il mondo che mi circonda. Ricordo ancora vivide le sensazioni, che erano tra le più varie, un misto di gioia, nostalgia, irrequietezza, felicità, calma e familiarità. Da quel giorno ho capito che il mio posto sarebbe stato nella musica, con un pianoforte e con il mio cuore, cercando di far risuonare la mia anima. In questo momento, accanto a me, nella mia stanza, c’è un pianoforte verticale. Posso solo pensare di essere un uomo molto fortunato.

Quale conoscenza hai della musica classica? Ci sono autori ai quali ti ispiri o che semplicemente apprezzi?
La mia conoscenza della musica classica non è molto ampia, anche se ho assistito a diversi concerti. Se dovessi farti due nomi ti direi Chopin e Bach, il primo per i notturni e il secondo per le meravigliose pièce per violoncello.

Ritieni la definizione “modern classical” calzante per le varie esperienze attuali di minimalismo pianistico e per le loro intersezioni con l’elettronica e l’ambient music?
Credo sia una giusta definizione, anche possono essercene molte altre. Basti pensare a post-new-age o anche contemporary classical. Forse sarebbe giusto inserire tutto nel calderone ambient così da non scomodare gli appassionati di musica classica. Ti dico la verità, è una domanda piuttosto difficile a cui rispondere.

Ritieni che, sia in Italia che all’estero, vi sia uno spazio per proposte “neoclassiche” al di fuori dei circuiti accademici ma anche distanti dallo svilimento commerciale?
All’estero assolutamente sì, in Italia la situazione è un po’ complicata. Mi spiego meglio: mentre all’estero si è creato un circuito di etichette, agenzie e giornalisti, che lavorano in coro, in Italia la situazione è, purtroppo, molto diversa. Un circuito vero e proprio non c’è, così come pochi sono gli spazi e le manifestazioni che possano abbracciare questo genere. Il maggiore esponente in Italia è sicuramente Ludovico Einaudi, ma se ci pensi, possiamo quasi definirlo mainstream. All’estero siamo esattamente nel mezzo, c’è una scena, viva e florida fatta di club e festival adatti al genere, ma soprattutto siamo molto lontani dallo svilimento commerciale di cui parlavi, riuscendo a coinvolgere tanto pubblico, quanto basta a dare valore ad ogni singolo artista.

Come nascono i tuoi brani, da un punto di vista sia strutturale che emotivo?
I miei brani nascono nel momento che mi accade qualcosa, sia esso un accadimento positivo o negativo! Avverto dentro di me un fuoco improvviso, un qualcosa che mi spinge a cercare conforto nel pianoforte in quel preciso istante. Mi avvicino al pianoforte ed inizio a suonare, spesso può capitare che io pianga o che avverta un brivido, le mie mani si muovono da sole e creano qualcosa. Se mi cade qualche lacrima, allora è un brano da inserire in un disco!

Nel tuo nuovo lavoro, “The Secret Of The Sea”, il pianoforte non funge da unico protagonista ma dialoga con altri strumenti e si avvicenda con la chitarra acustica: senti il bisogno di una qualche espansione espressiva o ne percepisci la potenzialità?
Sentivo il bisogno di aggiungere qualcosa che accompagnasse il pianoforte e lo aiutasse ad esprimersi al meglio, in alcuni casi, anche in maniera secondaria (“If Only My Heart Were Wide Like The Sea”). Avevo dei suoni in testa, dopo varie ricerche, ho trovato due processori (delay e riverbero) che abbinati alla chitarra elettrica, riproducono esattamente il suono che cercavo e soprattutto di riproporlo live senza l’aggiunta di altri strumentisti. La chitarra acustica, invece, è stato il primo strumento al quale mi sono avvicinato ed è stato un piacere per me riuscire ad abbinarlo al pianoforte.

Seguendo il corso dei tuoi dischi, è come se via via ti cimentassi in qualcosa di più articolato e complesso dal punto di vista compositivo, così come le tue composizioni appaiono spesso il risultato di un processo incrementale, di graduale stratificazione tra elementi: è davvero così? Come ti poni di fronte all’improvvisazione e alle iterazioni del minimalismo?
Per quanto riguarda “The Secret Of The Sea”, posso dirti che sentivo davvero il bisogno di dare qualcosa in più, di accettare l’invito di molti addetti ai lavori e cercare di andare oltre il piano solo o comunque dall’essere accompagnato da strumenti quali violino e violoncello. Ho avvertito l’esigenza di creare qualcosa in cui fossi io l’unico musicista e soprattutto creare un disco che possa essere eseguito dal vivo, da solo, così come lo si ascolta in studio.
Non mi sono ancora avvicinato all’improvvisazione, se non in piccolissime forme, ma mi sono riproposto di farlo anche se preferisco riprodurre un brano così come è nato, così a condividere una sensazione vivida di un preciso momento vissuto.

Ci sono artisti con i quali ti piacerebbe collaborare?
Mi piacerebbe collaborare con i Balmorhea, anche se ti faccio un altro nome, più vicino a me, il mio amico Fabrizio Paterlini, con il quale mi farebbe piacere realizzare un lavoro a quattro mani, soprattutto con la mia nuova direzione intrapresa. Secondo me uscirebbe un bel disco!

Quanto il tuo essere meridionale può aver influenzato il calore “mediterraneo” o comunque il contenuto emozionale della tua musica?
Tantissimo! Mi sento molto legato alla mia città, Napoli, al suo calore e soprattutto al mare. È una città da cui traggo continuamente ispirazione. Spesso scendo in bicicletta e in appena dieci minuti posso riempire i miei occhi con un panorama mozzafiato, ogni singola pietra di Napoli ha una storia, una storia e una bellezza che riempie il mio cuore e soprattutto la mia musica.

Che rapporto c’è per te tra musica e immagini? Sei interessato al mondo delle colonne sonore?
Sono innanzitutto un appassionato di cinema. Vado almeno una volta a settimana anche da solo. Un brano de “La casa sulla Luna” (“Il dito si muove sul vetro appannato”) è stato ispirato dal film di Paolo Sorrentino “This Must Be The Place” che ho adorato e visto ben tre volte. L’anno scorso ho partecipato anche a un film festival, e in quella occasione, ho suonato i miei brani mentre facevano da sfondo scene tratte da film: è stata un’esperienza meravigliosa. Detto questo, mi piacerebbe moltissimo lavorare nel mondo del cinema.

Quali sono i tuoi ascolti abituali e preferiti, al di fuori del campo espressivo più affine al tuo?
Uno dei miei album preferiti in assoluto è “O” di Damien Rice, lo porto davvero nel cuore, come molti altri songwriter. Il mio gruppo preferito in assoluto sono i Balmorhea, ma se vogliamo discostarci dall’ambito strumentale o comunque post rock, posso dirti che in questo momento uno dei gruppi a cui tengo molto sono The National, li ho visti live due volte e li adoro davvero!

Infine, cosa ci si più attendere da te in futuro e cosa ti attendi tu dalla musica?
Sono una persona molto positiva di natura, quindi mi aspetto molto da me stesso e dalla vita in generale! Credo davvero che la musica, fino ad ora, mi ha salvato la vita ed è stata una fedele compagna dei miei momenti. Da ottobre sono entrato nel meraviglioso roster dell’agenzia Toutpartout e spero davvero che possa essere per me un’ulteriore opportunità di poter portare la mia musica il più lontano possibile. Spero con tutto il cuore di poter vivere di musica e realizzare questo piccolo grande sogno che ogni giorno prende sempre più forma, in qualsiasi luogo al di fuori della musica sarei fuori posto. Il mio sorriso è nella musica e la luce nel cuore.

(versione integrale dell’intervista pubblicata su Rockerilla n. 404, aprile 2014)

http://www.brunobavota.it/

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Questa voce è stata pubblicata il 30 aprile 2014 da in interviste con tag , , , , , .
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