music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

intervista: KRISTIN MCCLEMENT

Al culmine di un lungo processo di elaborazione, lo scorso anno Kristin McClement ha debuttato con un album dall’immediatezza naturale e “selvaggia”, che ne ha rivelato la personalità decisa e non convenzionale tra le voci femminili del cantautorato folk e non solo. Originaria del Sudafrica ma da tempo residente in Inghilterra, dove è entrata a far parte del Willkommen Collective, poco prima di intraprendere un breve tour tra Roma e il Triveneto, Kristin McClement racconta come ha preso forma il suo debutto “The Wild Grips“, i suoi progetti futuri e il suo modo appassionato di vivere la musica.

kristin_mcclement_1Quando hai cominciato a suonare? Hai ricevuto una qualche educazione musicale?
Uno dei miei primi ricordi musicali risale a quando ero una bambina e cantavo da sola, camminando attraverso i sentieri tra i campi vicini al giardino della casa in cui sono cresciuta, inventando canzoni sul mondo naturale intorno a me. Quanto avevo circa dieci anni ho preso lezioni di piano e ricordo che mi veniva naturale il desiderio di creare delle canzoni mie. Dopo essermi trasferita dal Sudafrica all’Inghilterra con la mia famiglia ho imparato a suonare la chitarra classica grazie a uno straordinario maestro che, oltre a insegnarmi gli aspetti tecnici, mi ha incoraggiato a scrivere musica in prima persona. In quel momento ho dovuto cominciare a pensare ai testi e a come usare la mia voce, divenendo una vera e propria singer/songwriter.

C’è qualche artista in particolare che consideri importante per la tua formazione musicale o quanto meno vicino alla tua sensibilità?
Leonard Cohen è sicuramente uno dei pilastri della mia casa musicale, in particolare i suoi dischi giovanili “Songs of Leonard Cohen” e “Songs of Love and Hate”, che contengono tantissimi momenti di vero e proprio genio. Le sue parole rappresentano veramente in profondità l’esperienza umana e il suono della sua chitarra dalle corde di nylon ne è il perfetto accompagnamento.
Sono poi stata senz’altro ispirata dal lavoro di chitarristi e compositori classici. In particolare un famoso brano di Francisco Tárrega, “Recuerdos de la Alhambra”, mi ha fatto sentire di dover diventare una chitarrista migliore. La versione di quel brano suonata da John Williams è la mia preferita, un brano musicale perfetto.

Puoi descrivere come nascono le tue canzoni? Che ruolo rivestono nel processo creativo i tuoi sentimenti e le esperienze personali?
Ogni canzone che scrivo discende da un’esperienza personale, o da una reazione personale ad esperienze altrui. Si tratta di un processo in un certo senso misterioso anche per me. Non smetto mai di assorbire emozioni, pensieri e storie dal mondo intorno a me, tanto che ho sempre a portata di mano un taccuino sul quale appunto frasi o strofe che mi vengono in mente. Poi, in qualche modo, mentre sono seduta con la mia chitarra, mi soffermo su una sequenza di accordi o un motivo, dai quali poi prende forma una melodia adatta a quelle parole. Non mi sento di poter argomentare in maniera più dettagliata questo processo perché penso sia un po’ una sorta di magia!

Hai lavorato per alcuni anni sul tuo album di debutto, “The Wild Grips”, prima che vedesse la luce: è dipeso dalla ricerca di una precisa sonorità per le tue canzoni? Pensi che lavorare su un disco ti richiederà sempre tempi lunghi o in futuro le cose potranno essere più rapide?
Mi prendo il mio tempo per finire le cose, questo è sicuro, anche perché mi reputo una perfezionista. Un terzo dei brani compresi nell’album provengono da un Ep registrato in casa nel 2009, ma hanno cominciato a trasformarsi attraverso nuovi arrangiamenti suonandoli dal vivo con i musicisti che suonavano con me all’epoca, ovvero la violoncellista Becca Mears e il batterista Tom Heather. Circa un anno dopo ho incontrato Christian Hardy (The Leisure Society), che si è offerto di produrre il disco, per il quale ho nuovamente registrato quei brani, aggiungendovi nuove canzoni. Credo che il processo di registrazione sia stato abbastanza lento perché scoprivamo il nostro suono man mano che registravamo i brani, attraverso una serie di tentativi ed errori.
Adesso sento di avere un’immagine più definita di me come musicista e quindi una visione più chiara dell’indirizzo da dare al prossimo album, quindi spero di non impiegare di nuovo così tanto tempo!

kristin_mcclement_3Fai parte del Willkommen Collective, insieme ad altri artisti quali Christian Hardy e Daniel Green, che hanno avuto una parte importante nel tuo disco: come sei entrata in contatto con loro? E cosa pensi dell’esperienza di creare e suonare musica con un gruppo di artisti che condividono una sensibilità tra loro affine?
Dopo aver finito l’università e aver viaggiato per un po’ di tempo, sono tornata a Brighton trasferendomi in una casa che dividevo con Tom Cowan e Jacob Richardson di Sons Of Noel and Adrian. In quel periodo Tom Cowan divenne uno dei fondatori del Willkommen Collective, insieme a Marcus Hamblett.
Essere loro coinquilina è stata una coincidenza fortunata, perché prima non li conoscevo. Sono molto felice di essere parte di una comunità di musicisti che continuano a fornirsi inspirazione e supporto reciproco, significa moltissimo per me. Persone come Tom, Jacob, Marcus, Danny Green, Emma Gatrill, Bea Sanjust e altri hanno avuto un ruolo molto importante nella mia maturazione come musicista.
Subito dopo aver registrato una cover di “A Fighting Chance” dei Leisure Society per la compilation “Willkommen Covers The Sleeper”, Tom, Becca ed io abbiamo incontrato Christian di persona e credo che in quel momento tutti abbiamo sentito il desiderio di lavorare insieme, e sono felicissima che lo abbiamo fatto! Tutto il tempo dedicato da Christian a registrare il mio album di debutto ha rappresentato per me uno splendido regalo.

I tuoi testi appaiono profondamente sentiti e personali, eppure contengono spesso metafore legate al mondo naturale. È un modo poetico di esprimere i tuoi sentimenti oppure di nasconderti un po’ dietro le parole?
Penso che essere cresciuta in Sudafrica mi abbia trasmesso un’elevata capacità di apprezzare il mondo naturale. Ho viaggiato molto per tutto il Paese, attraversando paesaggi diversi e selvaggi. Ricordo ancora le maestose Drakensberg (le montagne del Dragone), sulle quali andavo spesso in campeggio e a fare escursioni con la mia famiglia, e la zona brulla, semi-desertica del Karoo, che in primavera presenta una sorprendente distesa fiorita.
Sono diventata in qualche misura affine ai poeti che, come me, si sono trovati in una vastità multiforme di paesaggi e hanno esplorato il nostro legame con la natura, scrittori come Ted Hughes, T.S Elliot e Pablo Neruda. Questo approccio ha sicuramente influenzato i miei testi: ci sono momenti, mentre leggo un poema, nei quali non comprendo del tutto il significato delle singole parole, ma sento che suonano nel modo giusto. È un mistero che induce a tornare a soffermarsi sulle parole. Nelle mie canzoni più recenti, sento di stare diventando via via più diretta, creando trame dal significato più chiaramente riconoscibile, è qualcosa che sta avvenendo in maniera naturale.

Quale importanza hanno i luoghi nei quali suoni e registri le tue canzoni?
Sono fondamentali! Per poter sbocciare la mia musica richiede un’ambientazione concentrata e un’audience tranquilla, in quanto tutti i suoi dettagli possono andare smarriti in presenza di rumori di fondo. Per questo motivo i luoghi nei quali preferisco suonare sono le chiese, perché penso che le persone riescano più facilmente a stare ferme in ambienti solitamente associati alla pace e alla preghiera. Non sono solita frequentare le chiese, ma mi piace molto suonarci.
In generale, trovo interessante prendere in prestito per la mia musica un luogo altrimenti destinato ad altre finalità. Abbiamo registrato gran parte del disco in vari cottage di campagna in giro per l’Inghilterra e la sensazione di comodità casalinga che ci hanno trasmesso ci ha aiutati molto a rilassarci e godere del processo creativo senza avere la pressione del tempo trascorso in studio.

Le tue canzoni sono in prevalenza abbastanza lunghe, ricche di dettagli, contemplano numerosi strumenti e spesso si concludono in maniera differente rispetto a come sono cominciate: questa complessità rispecchia quella dei messaggi che intendi trasmettere con le tue canzoni? È qualcosa che ricerchi in maniera consapevole?
La musica strumentale mi piace tanto quanto quella con le parole. Quando scrivo, mi capita spesso di immaginare melodie che sarebbero più adatte a essere realizzate attraverso uno strumento piuttosto che cantate; è qualcosa che succede spontaneamente mentre compongono. Non credo si tratti di una scelta stilistica consapevole, ma ritengo che il mio background sulla chitarra classica abbia influenzato il modo in cui scrivo. Inoltre, suono da tanti anni con Becca Mears, che è una violoncellista straordinaria e ha scritto molte delle parti di violoncello presenti di “The Wild Grips”. Con Tom e a Christian condividevamo tutti l’idea di dare alle canzoni un’impronta meno tradizionale, variando lo schema classico “verse / chorus / verse”. Considero molte canzoni del disco come viaggi, quindi in maniera del tutto istintiva finiscono in un luogo diverso rispetto a quello di partenza. Gli stessi racconti contenuti nelle mie canzoni sono narrati dalla mia voce e dai testi allo stesso modo in cui lo sono attraverso i passaggi strumentali.

Dopo tante canzoni e arrangiamenti molto dettagliati, il brano conclusivo del disco è un breve strumentale: come mai hai scelto un finale così modesto?
Il pezzo finale è una parte di un brano più lungo che non è stato pubblicato e che non suonavo dal vivo da molto tempo. L’ho scelto soprattutto per il significato sentimentale che ha per me, visto che il brano dal quale è tratto parla dei miei ricordi del paesaggio secco e polveroso del Karoo, della mia terra natale e del senso di spaesamento che ho provato per lungo tempo dopo essermi trasferita in Inghilterra. È solo una nota conclusiva, un legame stretto con il mio passato, un semplice e momentaneo arrivederci.

Sembra che negli ultimi anni la musica folk si stia diffondendo sempre di più tra gli artisti indipendenti: cose pensi di questo ritorno alla semplicità e ai linguaggi del folk in generale?
Tante persone considerano gli anni ’60 e ’70 come l’età dell’oro del cantautorato, ed è stato sicuramente un periodo fondamentale per musica folk moderna. Dagli anni ’80 in poi c’è stata molta più sperimentazione, con lo sviluppo delle sonorità sintetiche, di conseguenza la musica è diventata molto diversa dal punto di vista del suono.
Penso che il tempo abbia un andamento ciclico, per cui molti artisti ora stanno riscoprendo modi di scrittura e registrazione più semplici, cercando in questo modo di offrire un suono sincero e dotato di un’anima, e la musica folk può spesso esserne il veicolo ideale. Forse è anche una reazione alla digitalizzazione del mondo attuale, per cui chi ascolta musica ha voglia di ascoltare canzoni che sgorgano dal cuore e sono suonate su uno strumento acustico!

kristin_mcclement_2Come ti senti a suonare la tua musica dal vivo? Preferisci farlo da sola o accompagnata da una band?
Preferisco suonare dal vivo insieme almeno ad un’altra persona, perché gran parte del mio modo di suonare implica una connessione armonica con qualcun altro… ovviamente deve trattarsi della persona giusta! Quando si suona dal vivo in tour, si viaggia insieme e le reciproche energie si combinano per creare qualcosa di unico e più peculiare di quello che sarebbe in presenza di un solo musicista sul palcoscenico. A causa del tempo e della distanza, non posso più suonare dal vivo insieme a Becca e a Tom, con i quali ho scritto “The Wild Grips”, ma per fortuna ho incontrato un batterista e polistrumentista incredibile come Jools Owen, che mi ha aiutato a plasmare un nuovo suono. La nostra formazione attuale comprende una chitarra dalle corse di nylon e una elettrica, tromba, harmonium, inoltre Jools mi aiuta anche nelle armonie vocali.

Da semplice ascoltatrice, che musica hai apprezzato di più nel corso degli anni? E adesso?
Da ragazzina, ero molto incline alla malinconia che trovavo nella musica e, per esempio, amavo “The Bends” dei Radiohead o “Is This Desire” di PJ Harvey, che potevano essere preferenze piuttosto tipiche, ma suppongo che in quei dischi ricercassi anche la poetica dei testi.
Oggi prediligo parole il cui significato abbia un certo peso, perché mi interessa molto la profondità dell’espressione e il modo in cui i cantautori riescono a trasmettere sentimenti ed emozioni.
Ho coltivato un grande amore per Leonard Cohen e da lì ho cominciato ad ascoltare alcuni grandi chitarristi che hanno influenzato molto il mio modo di suonare. Alcuni dei miei altri dischi preferiti sono stati ovviamente l’avvicente “Grace” di Jeff Buckley, “Under The Pink” di Tori Amos e “August And Everything After” dei Counting Crows.
Oggi il mio gusto musicale è rimasto molto legato a quelle mie passioni giovanili, anche se da allora si è leggermente ampliato. Apprezzo molto il blues, Mississippi John Hurt, Howlin’ Wolf, B.B. King, Robert Johnson. Mi piace anche quella che l’industria musicale definisce “world music” (come se la musica non fosse di questo mondo…) come i Tinariwen o Rokia Thraore.
Quanto a scrittura delle canzoni, Bob Dylan è ovviamente tra i miei preferiti, insieme a Neil Young e Nick Drake. Apprezzo poi molto Nina Nastasia, Anaïs Mitchell, Benjamin Clementine (di supporto al quale ho suonato nello splendido Theatre Royal di Brighton), Nina Simone, Joanna Newsom (trovo il suo ultimo “Divers” eccezionale), A Winged Victory for the Sullen (il loro “Atomos” è un disco molto atmosferico ed elegante). Ma ci sarebbe davvero troppo altro da citare!

Cosa pensi del modo in cui la musica si diffonde oggi attraverso la rete? Credi possa essere utile per i musicisti indipendenti come te?
Oggi per gli artisti è più facile che mai condividere il proprio lavoro online senza il supporto di un’etichetta, ma d’altro canto è più difficile essere notati all’interno di un oceano di altre voci sempre più grande.
Ci sono più persone che registrano musica oggi rispetto a qualsiasi altro periodo storico. Prima dell’avvento del digitale, gli studi di registrazione venivano pagati dalle etichette, anticipando i proventi attesi dalla vendita dei dischi; molte band quindi non potevano permettersi di sostenere la spesa necessaria per registrare un disco.
La tecnologia moderna consente invece a qualsiasi cantautore con cinquanta sterline a disposizione di procurarsi un’attrezzatura di registrazione. Ci possono essere molte valide argomentazioni sia a favore che contro questo stato di cose, ma in sostanza penso che si tratti di qualcosa di positivo, perché qualsiasi canzone merita di essere ascoltata…anche quelle non troppo belle!
Anche dal punto di vista informativo, i siti musicali indipendenti, come questo, possono davvero aiutare gli artisti nella mia posizione a conseguire una certa visibilità. Preferisco comunque diffondere gradualmente la conoscenza della mia musica e costruirmi un pubblico che sappia comprendere la mia musica piuttosto che vincere un talent show e vendere milioni di dischi in un attimo.
Con l’avvento dei servizi di streaming, il pubblico si sta purtroppo abituando alla musica gratis, il che è fantastico dal punto di vista del fruitore ma comporta problemi reali per gli artisti. “Tutto è gratis adesso, dicono, per cui regalo tutto quello che ho fatto”, canta Gillian Welch. È difficile guadagnare qualcosa quando quello su cui hai lavorato duramente è dato via gratuitamente; per potersi mantenere, gli artisti della mia dimensione fanno affidamento sulle vendite dirette o sulle percentuali delle esibizioni dal vivo, quindi io stessa non faccio certo musica per guadagnare!

Con tutta la musica in circolazione, che senso ritieni che abbia continuare a scrivere canzoni?
Scrivere musica e suonarla dal vivo sono aspetti importanti della mia personalità. Creo musica innanzitutto per me stessa, quindi avrà sempre senso per me. Lo trovo molto terapeutico e credo che impazzirei se non avessi la capacità di esprimere le mie esperienze e le mie emozioni attraverso le canzoni. Penso inoltre che ogni generazione abbia bisogno di avere una propria voce, per questo si continua a creare musica, in risposta a un mondo che cambia ogni giorno, ogni ora, ogni attimo.

Infine, cosa ci si può attendere da te in futuro e cosa ti attendi tu dalla musica?
Da qualche tempo a questa parte sto inserendo nei miei set dal vivo alcune nuove canzoni, scritte dopo la pubblicazione di “The Wild Grips”. Stiamo plasmando le canzoni piano piano, scoprendo il puzzle pezzo dopo pezzo. Dopo alcuni esperimenti di registrazione, abbiamo cominciato a scrivere il secondo disco, che non vedo l’ora di completare e condividere. È il capitolo successivo.
Mi piacerebbe continuare a suonare dal vivo, scrivere, incontrare persone nuove, condividere esperienze, insomma continuare a crescere. Fare musica è il mio modo di vivere, quindi è semplicemente un modo per continuare il mio viaggio, del resto, non si dice che l’unica destinazione è il viaggio?

N.D.R.: nei prossimi giorni Kristin McClement sarà in Italia insieme a Jools per un breve tour. Queste le date:
26.1.2016 Udine, Visionario
28.1.2016 Mestre, Ubik Libreria
29.1.2016 Gorizia, Osteria L’alchimista
30.1.2016 Venezia, Metricubi
1.2.2016 radio session @ L’Attimo Fuggente
2.2.2016 Roma, Unplugged in Monti

Interview in English

http://www.kristinmcclement.com/

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Questa voce è stata pubblicata il 24 gennaio 2016 da in interviste con tag , , , , .
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