music won't save you

suggestioni musicali a cura di raffaello russo

benoit_pioulard_the_benoit_pioulard_listening_matterBENOÎT PIOULARD – The Benoît Pioulard Listening Matter
(Kranky, 2016)*

Mentre il periodo più recente della sua produzione come Benoît Pioulard sembrava aver ridefinito la personalità di Thomas Meluch in senso essenzialmente ambientale, come esemplificato in particolare dall’ultimo “Sonnet” (2015), il sesto album dell’artista di Portland lo riconduce invece in territori di folk-pop indietronico, peraltro in maniera più evidente che mai.

In questo senso, “The Benoît Pioulard Listening Matter” si colloca in una posizione di sostanziale continuità rispetto a “Hymnal” (2013) e non a caso trova la propria origine poco dopo la realizzazione di quell’album: oltre due anni di elaborazione hanno presieduto infatti alla realizzazione dei tredici brevi brani che formano il lavoro, da considerarsi altrettanti bozzetti plasmati da una vividissima vena pop casalinga, oltre che dalla consueta ricerca sonora di Pioulard, che anche nel mutato contesto non smarrisce la propensione per ambientazioni ariose percorse da sature manipolazioni elettroniche.

Si tratta della cornice che idealmente ricomprende i nuovi brani, tutti estremamente concisi (solo due superano i tre minuti di durata), scaturiti da un’estemporaneità creativa che non ne tradisce la matrice casalinga, eppure frutto di un periodo di profonda riflessione interiore, velato da sentimenti ed esperienze negative, culminate con la scomparsa del fratello di Meluch, al quale l’album è dedicato.
Eppure, dalle ricorrenti atmosfere granulose e dalle aperture ambientali brevi ma solenni (“Initials B.P.”, “In-The-Vapor”) scaturisce una sequenza di canzoni agili ma pienamente compiute, dalle quali affiora con straordinaria evidenza la figura di Meluch quale cantautore pop che rifinisce i propri brani con una varietà di elementi elettro-acustici e di registri tanto umbratili quanto sorprendentemente vivaci.

Il disincantato approccio di Meluch a una scrittura comunque organica (i testi sono quasi tutti molto articolati, nonostante la breve durata dei brani) allevia le risultanze sonore delle sue riflessioni su temi quali vizio, dolore e morte, ammantandole persino di riflessi brillanti originati dalle liquide cadenze folktroniche che ricorrono in molti brani e dal tono generalmente stralunato di interpretazioni mai sopra le righe, anzi spesso poco più che sussurrate. Lo dimostrano a più riprese le armonie oblique di brani quali “Narcologue” e ”A Mantle For Charon” e, ancor di più, lo sbarazzino passo (folk-)pop di “Layette” e della scatenata “The Sun Is Going To Explode But Whatever It’s Ok”.

Non manca, comunque, la presenza di un brulicante microcosmo di field recordings e di vaporose correnti droniche nel corso di quello che può a ragione considerarsi l’album più acustico e più pop di Benoît Pioulard, viva materia per viaggi della mente che non si limita a gettare ponti tra universi espressivi diversi, bensì li integra con straordinaria naturalezza in un puzzle dagli incastri infiniti, accedendo – a dieci anni esatti dal debutto “Précis”, a un livello di superiore consapevolezza di pop-folk(-tronica).

*disco della settimana dal 10 al 16 ottobre 2016

http://pioulard.com/

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